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Sono curiosa. Terribilmente. Della vita. Degli esseri umani. Degli spazi che abito e che visito con passo saltellante e silenzioso. Mi rivelo solo per lo sguardo divertito.
SWURF-ilmondoparallelo
il maratoneta ritrovato
perso tra lerighe
frattaglie
settoruccio
Play Off?
il topo di Springfield
bgmole
lesha
netta
profili in beige
la scrittrice in trasferta
letture sotto la luna
les Gammmas! Les Gammmas!
letture dalla dimensione antagonista
utilitĂ da Internazionale
sincronie elettroniche
The New York Times
Tom Robbins, Feroci invalidi di ritorno dai paesi caldi, Baldini Castoldi Editore 2001
Wolgfang Pauli, Fisica e conoscenza, Bollati e Boringhieri 2007
SomaFm
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ai ran iu ran
barlafus
brunobruno
le avventure di grande casco
mavalĂ valĂ
mondialcoscia
ritratti
sensi liberi
sister jena
tempi liberati
visitato *loading* volte
Il mio parrucchiere conosce qualcosa di me che io non so. Lo penso guardandomi allo specchio e mi sembra di avere di fronte a me la torta con la candelina del primo anno, di vedermi nella foto in bianco e nero sulla bici con le calzette traforate bianche ma afflosciate alle caviglie e lo sguardo di sfida alla fotocamera. Sono io. Lui riesce a tirare fuori quella parte di me bambina che non sa affrontare lo scivolo, ma che poi si butta sempre e comunque.
tric tric tric
La maestra di yoga non se ne accorge. Nel momento peggiore delle posizioni che ci fa assumere, quando il dolore dei muscoli tesi, dell'equilibrio precario lotta con il cervello occidentale, dice "tric tric tric spingete lo sterno verso il mento tric tric tric - e poi- sentite l'ombelico alla spina dorsale...tric tric tric" . Lei è lì scultorea io mi guardo riflessa nello specchio e mi sento annodata, sgraziata e in una posizione da cui non uscirò incolume. In questi giorni mi sveglio e tric tric tric il cervello è di lì, lo sterno è di qua e il resto chissà dove. Tric tric tric faccio e mi alzo. Tric tric tric e mi lavo. E poi tric tric tric e mi vesto. Tric tric tric due esercizi ed esco. Tric tric tric arrivo in ufficio e nello stesso tric tric tric accendo il computer. Poi scende la marea di pensieri, di cose da fare, di desideri da non soddisfare e possibilità da valutare, chissà. Tric tric tric. Tric tric tric. Ogni tanto sorrido. Non ne esco incolume. Lo so. Tric tric tric.
Clichè
Chi si loda si imbroda.
Spolitically correct
Leggo su Repubblica on line che il golfista disabile è a un passo dal diventare professionista. Guardo la foto. Gli manca una gamba. Scusa, dicevamo?
Farò sempre parte di una minoranza...
Rottura della cinghia
Stamani garetta di 5,3 kmi su strada in Valle. E' la prima che faccio da mesi, che dico, da anni, anzi la prima in assoluto come tesserata ad una società di atletica. Insomma sono emozionata. Gironzolo su e giù per il percorso, che dire ondulato è poco. Poi parlo con la presidente della società, mi sistemo. Bang. Partenza. Dopo 20 metri sento un'eccessiva libertà di movimento al torace sulla parte sinistra. E il cervello che era già impegnato a far girare le gambe realizza dopo pochi secondi. Mi si è sganciata la cinghietta del reggiseno ipertecnologicosportivoaltoimpatto. Nei sogni in cui corro mi ritrovo a volte in itinerari sbagliati, arrivo tardi alla partenza, cerco di correre ma le gambe son di marmo. Giuro, questa però non l'ho mai immaginata! Insomma risolvo la questione riprendendo i lembi e riagganciando. Tutto in corsa, ovvio. Sono arrivata tra gli ultimi... ma ce l'ho fatta. Domani si riprende a girare in tondo, ma con un check in più, oltre ai lacci delle scarpe!
Massimo rispetto
Stamani ho messo la sveglia alle 7. Non troppo tardi, non troppo presto. Alle 7.05 ho deciso che era decisamente un'ora impensabile per alzarmi e che il sogno che stavo cercando di trattenere aveva mille significati ancora da scoprire. Alle 7.45 mi sono data della scema e visto che le mie gambe e il mio cervello erano già a correre in tondo ho fatto seguire anche il resto. Così in quattro e quattr'otto, oppure in un battibaleno ma anche in un evangelico amen ci siam trovati a girare in tondo allegramente sul campetto militare. Dopo circa un quarto d'ora, il tempo di mettere in asse tutti i muscoli, i pensieri, l'aria che entra e quella che esce, due pakistani hanno iniziato a correre nella parte centrale del campo. Dirò di più. Mi hanno aspettato e quando mi hanno sentito in linea son partiti. Il più alto ha smesso dopo mezzo giro, massaggiandosi un ginocchio. L'altro, il piccoletto, ha continuato incrementando via via il passo. A poco poco la nostra distanza è aumentata fino a che non l'ho più considerato. Ad un certo punto me lo sento a fianco. Giro lo sguardo e vedo che stende le braccia a mò di aeroplanino e mi supera. Rido, ma vorrei gambizzarlo. Poi guardo che scarpe indossa. Un giochino spesso in uso: guardare se chi ti supera ha scarpette superleggere da professionista o no. E non ci credo. Guardo meglio. Il tipetto indossa delle scarpe da lavoro antinfortunistiche e non ha calze. Si ferma e fa esercizi vari, un po' da yoga un po' da ginnastica anni '60. Ci passo a fianco nei miei giri, io con la magliettina tecno e le scarpette asics e le calzine a doppio strato. Accidenti a te... massimo rispetto, fratello.
Malattia
Mia madre senza denti è una donna senza volto.
E' sua madre. E' mia nonna.
Ed io mi aggrappo all'impalcatura che indosso,
ora ancora, cima, argine
e salvezza.
Non
voglio
diventare
il prossimo pezzo
di storia familiare.
Basta che funzioni
"L'entropia è quella cosa che quando è uscito il dentifricio dal tubetto non ci può più rientrare" (battuta dal film di Woody Allen)
Siamo in mano al fato, alla meccanica quantistica e alla logica irrazionalità della passione, ma l'abbandonarsi a tutto ciò è l'unico modo per essere finalmente se stessi.
Notizie dall'altro pianeta
Il sole irradia le orbite dei mille pianeti e satelliti che piroettano colorati e lampeggianti led sul campo militare.
Mi sento come un'astronave che non ha contatti con Houston, visto che oggi sono una delle poche senza Ipod.
Ma corro e corro bene, dietro un satellite che ha velocità costante e traiettorie perfette.
Mi sento però troppo vicina al sole, come un piccolo Icaro che sente la cera colare sulle ali e così parto a zigzagare per le vie dell'universo ancora all'ombra. Poi però la forza di attrazione mi riporta lì al campetto a girare costante ancora per un po' di minuti. Passo di fronte ai satelliti spia seduti su una panchina: tre vecchietti che guardano e commentano. "ehi tu cammini!! e poi canticchiano "... ma le gambe ma le gambe..."
E' domenica a Campo Marte e qui riprendo l'allenamento settembrino, dopo il trekking ad alta quota, dopo lo snorkeling a livello del mare. Chiudo con 35 minuti di corsa tesa, qualche corsetta, qualche esercizio di stretching. Domani all'alba si ricomincia.
Copy and paste sperimentali
Cambio di traiettorie delle galassie - brevissime da Campo Marte
Stamani ho incrociato un satellite coreano. Proveniva contro le orbite dei podisti dando le spalle al sole.
Si capiva però facilmente che era a fine vita. Dopo mezza orbita, ha cominciato e decadere verso il prato e si è lasciato cadere sulle impronte degli ufo che, alla partenza, hanno lasciato chiazze rettangolare proprio lì, al centro dell'universo, sull'erba bruciacchiata.
Due partite...
due vite, due scommesse, chi vince? Ne scriverò, ma intanto inserisco questo pezzo che altrimenti continuo a canticchiare... bè ovvio a sguarciagola
Sounds
Questa sera il tempo scorre così...

Esercizi di stile
Ho quattro amici. Anni fa hanno fatto un viaggio insieme. Progettato, vissuto e ricordato con passione. Lo dicono ancora ora. Qualcosa non andò per il verso giusto. Probabilmente lo scoprirono strada facendo. Nel sentire comune c’era una pecca, qualcosa di taciuto che nella convivenza forzata saltò fuori senza preavviso. Il viaggio rappresentò l'esperienza che ci si ricorda per tutta la vita. Quel partire giovanile, con pochi mezzi e un desiderio totale di sperimentare e di scoprire, conoscere. Quel desiderio di vivere sulla propria pelle un mondo diverso che supera la logica di oggi di raccontarsi in diretta ad un altrove via internet, via sms estraniandosi dal movimento. Era proprio un’altra logica a muoverli, rispetto all’oggi. Detto questo, capita che quel ricordo salti fuori per caso in una chiaccherata all'aperitivo e scopro che quattro furono i viaggiatori e quattro sono i viaggi ricordati. Come se ciascuno di essi ne avesse condotto uno personale, intimo che superava quello degli altri. Non esiste un ricordo collettivo totale. Piccoli aneddoti condivisi, ma non l’intero, non l’insieme. Furon quattro idee di vacanza diverse, che ora diventano malintesi, fatiche o esaltazioni e malinconie a secondo di chi lo racconta. Ci sono anche estese omissioni. Chissà che accadde mi chiedo.
Forse così è per le storie d’amore: due son i protagonisti, ma anche due sono i percorsi individuali, i ricordi, i sensi di colpa e anche le fini, ingloriose, diciamocelo, come le rese nelle battaglie. Poi il cervello fa il resto nel cercare di capire l'incomprensibile, a dar un senso a ciò che è stato con i tempi fisiologici dei lutti, che sono uguali per tutto il genere umano, al di là di appartenenze, etnie e gusti sessuali. Così si sotterrano in un orto dei Getzemani interiore gli scampoli e i piccoli pezzi di orditi e di trame delle giubbe indossate dagli amanti belligeranti. Filature rimaste a terra senza essere più tessuto, né tantomeno progetto.
Cibus in fabula
Quando li ho visti chini a raccogliermi le leccornie dell’orto mi hanno commosso. Un padre e una madre anziani e brillanti nei pensieri, ma a movimenti rallentati, intenti a trovarmi i pezzi prelibati, le verdure migliori che stanno crescendo in quell’immenso pezzo di terra organizzato a file, rampicanti, aiuole produttive. Li ho guardati ammirata e anche un po’ felice di questo raccolto tardivo di attenzioni nei miei confronti. E poi a scambiarci ricette, idee, impressioni su tutto, mentre riempivamo il cesto di vimini. L’apice è stato quando mia madre ha preso il radicchio verde e ne ha fatto mazzettini trattenuti da steli di mentuccia, sotto lo sguardo sornione di mio padre, che prima ha protestato e poi si è arreso a quell’idea così naturale da far invidia. Ho fatto il viaggio di rientro immersa in questi profumi. Al rientro ho messo via tutto, cercando disposizioni ergonomiche che non rompessero le fragilità dell’appena colto. Il frigorifero ad ogni apertura manifestava un che di insolito e straboccante. Verde, tanto verde. Fogliami ovunque e poi i gialli e i verdi turgidi dei peperoni e delle zucchine. Questa sera dopo tre giorni di insalate sobrie ed eleganti mi sono tuffata nei fiori di zucca impastellati, nel bulgur fanstamagorico in cui la mentuccia ha trovato la sua fine ideale e in un sospetto di costine al limone. Un sorriso un po’ingordo mi accompagna alla notte.
Danzo con le onde del mare. Corrono verso il pubblico in un video, velo sul palcoscenico mutando il senso della colata lavica o ghiacciaio, che nasce dalle quinte e corre giù verso il rettangolo piano. Qui una donna, con una leggera sottoveste, si muove a scatti dolorosamente sulle note di un fado. E’ l’amore doloroso, quello violento, che spacca in due l’anima e le forze. Le onde sono nere, ci siamo sopra, potremmo sprofondare, farci accogliere senza respiro. Forse esiste una speranza diversa. Forse. Chiudo gli occhi e deglutisco.
Li riapro e danzo una mazurca lenta, guidata da un uomo, in femminile abito da sera di broccato bordeaux. Il bustier fasciante gli lascia scoperte le spalle possenti e un tratto della schiena. Mi guarda negli occhi e conduce. Il suono del violoncello mi entra dentro, attraversando il timpano fino a inserirsi in tutte le fasce muscolari. Ondeggio in vesti leggere mischiando sentimenti ed emozioni contrastanti. Mentre penso al senso e ai sensi capovolti sono a Bahia in una catapecchia costruita velocemente dai compagni e dalle compagne di danza, a ballare ridanciana.
Il sorriso si estende da dentro a fuori. Non so più se e chi sono.
Il ritmo e i movimenti dei danzatori modificano lo spazio e l’immaginazione con i capelli, le braccia, le mani i sorrisi o gli sguardi e i piedi.
La materialità, la danza, la poesia entrano nelle emozioni, sedimentano.
I gesti si ripetono in un caos apparente, dando vita a simmetrie, progressioni, ritornelli che regalano respiri profondi.
L’apoteosi si chiude nel silenzio delle corolle di rose, di petunie, che si aprono in sequenza, uno sull’altro in un vortice magico, proiettati sul fondale e sui danzatori sdraiati ridotti al sonno e al solo movimento del torace che sale e scende nei respiri ritmici.
Madames e monsieurs, ladies e gentlemen, signore e signori, ecco a voi la genialità di Pina Bausch.

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Lutto a Global City
E’ come se fosse morto Joker. Il personaggio grottesco e dal pensiero acuto e tagliente, quello con il talento di mostrare il lato oscuro di Gotham City, le sottili contraddizioni del mondo e i suoi desideri più nascosti. Quando uscì Thriller, non si era più parte del gruppo se non avevi visto il video, se non avevi almeno provato ad imitare quel modo di ballare e la voce in falsetto. Poi il mito di Diana Ross e il trasformare se stesso in un qualcosa che la filosofia transgender non ha ancora ipotizzato. Un involucro intorno ad un vuoto cupo di emozioni, intorno all’aspirazione di reinventarsi in un mondo di cartapesta, chiuso al resto della vita ma con lui-nuovo essere al centro della scena. Poco importa se sotto i riflettori o a palcoscenico chiuso in una villa asettica e piena di leggende. Certo è stato anche orco, con la cattiveria perversa e piena di giustificazioni tipica di Joker.
E’ che la sua morte mi ha messo a disagio: non riesco ad emozionarmi per una creatività che ho amato, che non è più… perchè non riesco semplicemente a riconoscerne “l’umano”, ho solo quella maschera grottesca impressa nella mente.
In auto l'ho sentita alla radio. Pura magia. Mi riscopro a ricanticchiarla sotto la doccia. Mi ritrovo a cercarla nei miei cd...

E' bello svegliarsi all'alba
La luce quasi azzurra, la brezza leggera. E stamani anche questo regalo: il template sistemato! Mi sento tornata nella mia casa mentale. Grazie Uzi

Finalmente domenica!
Dopo un risveglio che segue la luce della mattina, e i dormiveglia a più riprese, mi alzo constatando che l'ora mi farà trovare alla pasticceria solo pizzette e nessuna brioche. Caldo e sole e niente mare. Scendo al piano delle organizzazioni vitali. Scaldo il caffè, prendo le gocce toniche, sbuccio una banana. Penso ad una svolta di salutismo spinta prima dell'agosto e delle vacanze scelte. Accendo il computer davanti alla finestra aperta. La pianta dell'orchidea è viva, ma non fiorisce. La guardo, ma non ho risposte. Sopravviviamo o semplicemente è così la vita? Silenzio. Accendo lo stereo, è rimasto un cd da ieri sera. Chissà che è. Parte Carlinhos Brown. Bene. Sento una voce in mezzo alla via. No è una registrazione. E' un muezim. Guardo dalla finestra. I miei dirimpettai del lato est di casa mia hanno messo il registratore sul balconcino. La via diventa un pezzo di Egitto, una città oltre il mare oltre il Mediterraneo. Oltre. Leggo e bevo il caffè all'americana. Scrivo sulla moleskine appunti di pensieri da fissare. Riascolto un colloquio-intervista che ho fatto ieri. Ho sonno. Apro l'acqua della doccia. Scelgo il sapone energizzante. Decido di non uscire per tutta la giornata. Mi vesto e mi metto nello studiolo. Sdraiata sul divano-letto. Mi piacciono i colori che mi circondano: giallo, blu, rosso. Ho bisogno di correre. Non ora, che mi scioglierei più velocemente di un ghiacciolo giallo dimenticato in una borsa blu scura. Ritorno all'idea salutista. Mi metto in piedi con lo sguardo alla finestra: obiettivo qualche ciclo di saluti-al-sole e magari due o tre serie di addominali. Nel gesto di portare le braccia al cielo e inspirare tutta l'aria possibile guardo fuori dalla finestra. Perfettamente in linea con me, guardando entrambi verso est, i dirimpettai si alzano, si abbassano e si flettono nella preghiera rituale. E' domenica, finalmente.

La cena ukiyo-e (la cena fluttuante)
Una cena tra amiche. Di quelle che si guarda l'ora all'inizio e poi non più. E poi la spesa, il tempo sottratto ad altro. Il divertimento di pensare a che cosa cucinare. Insalata con gamberoni con salsa a ingredienti sperimentali tonno alla sicula, con pomodori e capperi, come avevo imparato secoli fa. E poi il vino bianco. Lo bollicine solo alla fine. E i gelati. Si brinda alla vita. Si brinda all'estate che verrà, che è già qui. Le confidenze al caffè. Che è tardissimo, ma nessuno se ne accorge. Non avrei mai avuto la forza e il distacco di guardare dentro a quella enorme scatola, senza di voi, amiche. E senza accorgercene eravamo lì a giocare con quello che ci abbiamo trovato e a fare supposizioni. E poi a metter via e a dar consigli. Pochi. Che bello. Che leggerezza d'anime svolazzanti e fluttuanti.
Domani si ricomincia...
...la solita settimana di relazioni e di progettazione, ma io ho ancora poche parole liberate e molte altre in fase di liberazione. E' questione di tempo, lo so. Me lo ripeto ad ogni minuto o quasi. Mentre sento muoversi il desiderio di passare attraverso lo scrivere, qui e altrove, forse. E' una battaglia silenziosa, ma continuo a combatterla... lentamente e in modo determinato.
Profee -(ovvero la ballata delle lezioni del lunedì mattina)
Oggi i miei studenti, un poco dementi ma meno di venti mi stavano tra i denti. Dopo due ore di martellamenti li ho lasciati lì a prender aria tra i fendenti prima dell'ultimo round e così mi son ritrovata sola con i tre bidelli pronti a dar fine ai mancamenti.
Pigrizie del settimo giorno
La domenica si è tinta di grigio piacevole, di pioggia primaverile e voglia di fare, disfare, pensare e assorbire.
Si è tinta di parole da scrivere, in parte già trascritte nella memoria. Quelle che sembravano perse per sempre, ma che tornano improvvise a galla quando l'emozione che le ha create si rifà viva e pungente. Parole che vorrei cogliere al volo quando la loro sequenza è musica, quando le sento sorgere nel dormiveglia notturno, che il sonno sparisce, ma il suo desiderio rimane sotto il piumone caldo nell'emisfero appoggiato al cuscino che cerca di tornare nella posizione adorata prenatale. Ah avessi una penna mentale in quei momenti. Li fisso ad un chiodo per tornarci con la luce diurna, ma al risveglio ho solo i piccoli gesti da sonnambula che li cancella e li ripone in attesa di tempo e di spazio.
Mi sento cosi'... forse un po' malinconica