Alice nella città


CIAO CIAO
Sono curiosa. Terribilmente. Della vita. Degli esseri umani. Degli spazi che abito e che visito con passo saltellante e silenzioso. Mi rivelo solo per lo sguardo divertito.

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mercoledì, novembre 30, 2005
 

Se splinder fosse direttamente connesso ai miei pensieri in questi quindici giorni avrei scritto mille post, poi avrei pubblicato un libro ed espresso anche delle opinioni molto intelligentone. Invece mi ritrovo qui ad avere nausea davanti al video e fare il conto delle cose non fatte e rimandate a domani. Bleah.

postato da sisternet | categoRia mavalàvalà | 19:05 | commenti (6)


mercoledì, novembre 16, 2005
 
Oggi ci vorrebbe l’esorcista

Mentre preparo il pagamento delle rate delle Tasse e dell’IVA, sorge un dubbio. Il sacro committente avrà pagato me? Ed ecco il primo colpo di scena. Non c’è nulla di nuovo sul conto sul lato del più. Alla mia telefonata il secondo colpo di scena, il nulla continuerà fino alla fine dell’anno. Non è colpa loro, dicono. E’ che si sono scordati di avvertirmi. Sai come è. La provvidenza mi porterà il panettone a Natale, oppure verrò a pranzo da lei, rispondo all’impiegata basita. Mentre faccio mente locale alle possibili fonti in giornata per arginare il vuoto, altro colpo di scena. Domani c’è una super scadenza lavorativa. Infine l’appartamento nel quale stavo già posando i miei pacchetti di libri è stato affidato ad un’agenzia ed ecco che guardo l’orologio e lo vedo lampeggiare, segno che la batteria è in fase finale. Peccato che l’ho sostituita tre settimane fa…

A distanza di qualche ora, il trend sembra essersi invertito dopo una fatica pazzesca di interventi su interventi. Il quadrante non lampeggia più senza che io abbia fatto nulla; le tasse sono pagate; per ora sono in rosso non profondo; il Banco de ‘casbenatt mi ha fatto un prestito con una nota di preoccupazione sul mio andamento finanziario, quasi da Fazio, che forse se lo chiedevo a mia mamma era meglio; sto meditando le possibili entrate, perché i risparmi sono già stati attivati e ho chiamato l’agenzia immobiliare bluffando talmente infinite ricchezze che sono stata rassicurata sulla vita notturna del quartiere. Un solo pensiero fisso diretto al Sacro Committente da stamani: “fan culo te e i tuoi sacri principi”

postato da sisternet | categoRia mavalàvalà | 16:51 | commenti (2)


domenica, novembre 13, 2005
 
Il fosforo bianco produce solo un effetto psicologico. Secondario, pare.
“Il fosforo bianco ha due effetti. Il primo “illuminante”, produce un fumo bianco denso che può servire a illuminare così come a nasconder le operazioni dell’esercito. Il secondo riguarda le polveri residuate dall’esplosione illuminante. E’ qui che il fosforo acquista la sua dannosità e diventa un pulviscolo fortemente acido. Il pulviscolo funziona come una bomba neutronica, uccide tutto ciò che è vivo. {...} L’effetto psicologico è dato dal vero e proprio panicoin cui si può essere indotti vedendo morire una persona, oppure vedendola ustionata sul volto o sulla bocca, senza capire le cause di questa ustione”
dichiarazione di Domenico Leggiero, Osservatorio Militare
da il Manifesto sabato 12 nov.2005
Insomma sembra che dopo la Prestigiacomo anche gli abitanti di Falluja siano stati solo troppo emotivi. Infatti l’articolo apparso sulla rivista militare era nella pagina PsicheLui prima dell’oroscopo.
postato da sisternet | categoRia sister jena | 01:21 | commenti (1)


sabato, novembre 12, 2005
 
La sister a New York!
In sottofondo da Francesco Guccini, Madame Bovary il tango di Scirocco
Ricordi? Le strade erano piene di quel lucido scirocco
Che trasforma una realtà abusata e la rende irreale
Sembravano alzarsi le Torri in un largo gesto barocco
e in via dei Giudei volavano velieri, come in un porto canale {…}
Il guru seduto, per caso, accanto in aereo sul volo d’andata fa sentire che questo sarà un viaggio indimenticabile. Racconta delle sue ultime avventure di studente tardivo e mi fa sorridere. Mi sento tranquilla. Stanca e tranquilla. Dormicchio. Racconta quasi sottovoce che New York è un luogo dove ci si sente immediatamente a casa. Non esiste un adattarsi, si è subito a casa. Lo guardo sorridendo. Non lo facevo così filo-americano.
Ora sono qui, davanti allo schermo, innamorata persa di New York e di quel sentirmi immediatamente a casa e lo racconto a tutti. Lo scriverei sui muri come Nanni Moretti quando gira per l’ospedale in Aprile scrivendo “epidurale per tutti” ecco qui scriverei “un soggiorno a NY per tutti. W NY! Mandatemi a NY!”
 
Il primo giorno
La prima sensazione è di poter essere. Essere una runner che corre a Central Park per allenamento intorno ai laghetti e alle foglie rosse e gialle d’autunno di prima mattina. Correre insieme a chi la maratona l’ha vinta e che ha una faccia da guaglione in vacanza. Il pericolo qui è di girare a naso in aria a guardare in alto il cielo, i grattacieli, gli alberi, i colori che si confondono e di non capire quel “Ehi look at the moon!”. Corro il rischio di sfasciarmi una caviglia a furia di fissare gli striscioni già montati dell’Arrivo. Come i bambini, troppo emozionati. Un’ora di corsa e una sbucciatura su un ginocchio e ad una mano. La colazione in albergo a dieci minuti dal parco. Poi si va a prendere il pettorale, che non ci si pensa più. Doppi controlli sull’identità e poi è giro negli stands con il keniano voglioso e timoroso allo stesso tempo.
Ci fermiamo a guardare le possibilità di future maratone. L’estrema punta dell’irlanda o il caldo della jamaica a fine anno? E se ci buttassimo nella 100 kmi del sahara? Il keniano è allibito. Ma quante maratone fanno? E quanta gente può spendere per il turismo sportivo? Chiacchiero un po’ con i ragazzi dello stand sulla 100kmi del Sahara. Chiedo informazioni sulle tappe, le piste, l’organizzazione. Poi ad un certo punto mi viene in mente la domanda bastarda:
-          Ma non si è mai perso nessuno?
-          No!
Ci pensa un attimo
-          Veramente uno… veramente aveva qualche problema di vista. E’ stato un caso particolare
Lo guardiamo interrogativi.
-          Ecco insomma, non ci vedeva bene, la sabbia dava fastidio alle lenti e quindi le ha tolte. Be’ ha pensato di correre guardando dei corridori davanti a sé, invece stava correndo dietro a dei dromedari. L’abbiamo ripescato dopo un’ora e mezza. In un’oasi con i tuareg che non capivano che ci facesse lì uno vestito così e che si dannava in una lingua sconosciuta.
Rido all’idea che se i maratoneti sono folli, gli ultramaratoneti sono al di là di ogni possibile comprensione razionale.
Poi in giro per Manhattan, a guardare i tubi impiantati nelle strade che scaricano vapore in mezzo alle vie. A guardare il cielo e la gente che gira frettolosa, ma aperta a qualsiasi incontro. A capire che i riflessi dei grattacieli ti possono illuminare il viso a sorpresa e farti diventare protagonista per un minuto di un immaginario set cinematografico. A guardare come sono curati i look delle donne che si ripassano fard e lipstick. E poi riposo e poi fino a sera su e giù per la metropolitana densa di rifiuti e grondande di perdite di acqua.
Poi è il lower east side in notturna e un bar-cafè dove si scrive, si gira su internet e si chiacchiera e poi giù per un negozio di cd e poi sono mille desideri di cibo e di vite parallele. Alla fine davanti ad un ascetico keniano mi tuffo in un gigantesco burrito e a dormire che domani si va.
 
Il secondo giorno
Mi vesto per la corsetta mattutina. Cerco di sfuggire al guru che ci vuole portare sul ponte della gomma da masticare. Mi sembra eccessivo: ho fatto i calcoli sulla mappa. Metto fuori la testa dalla porta della camera. Il corridoio è vuoto. Arrivo all’ascensore. Questo si apre e compare lui, il guru.
-Allora andiamo a fare la brooklinata?
-Certo! Ma come ci arriviamo?
(Dio mio ma quanto sono codarda…ora temo solo l’ “a piedi”)
-          Con la metro
Ecco meno male. Per l’andata sono a posto.
Siamo in quattro: il guru, il keniano, io e un ragazzetto che arriverà in maratona a 3ore e 4 minuti. Usciamo dalla subway. Corriamo. Saliamo sul ponte. Ci facciamo le foto. Ripartiamo. Guardiamo la statua della libertà. La baia. Guardiamo Manhattan. E pensiamo che siamo su un chewing gum. Ridiamo tutti come dei bambini. Non abbiamo piu’ età diverse, siamo eguali nella corsa e nel piacere. Risaliamo fino all’albergo, per le strade a zig zag. Comincio a capire quando dicono che non sarà facile. E’ un saliscendi continuo e fa caldo. Tanto caldo. Il ragazzetto scatta ad un incrocio. Sorrido. Il guru dice che gli è scattato l’ormone. Sorrido. Parliamo del doppio senso dei pipes piantati per terra. La gente ci saluta e ci chiede se correremo domenica. Intanto il keniano silenziosamente corre e annota. Annota il profumo dei ginko che hanno le foglie gialle, i mazzi di fiori a Cartier e i mille incroci di visi che per noi sembrano usuali, ma che forse nella savana...
Poi è libreria e caffè e poi sono note emozionali sul taccuino e poi sono acquisti di fumetti e poi è la scoperta del Rockfeller Center del film Serendipity (dove sei?) e poi è contemplazione del giardino del Moma nell’entrata libera del venerdì pomeriggio.
 
Poi è la sicurezza che dà questo intrico di strade dove si orienta anche un bambino e il paravento dei grattacieli intorno. E la sensazione di una protezione totale. Ora mi immagino la mente dei newyorkesi l’11 settembre 2001. E mi ricordo di me che guardavo fissa  in uno schermo TV  il fumo sopra Manhattan e che pensavo che NY fosse diventato un enorme set di un film e che dietro alle Twin Towers sarebbe apparso anche un enorme Godzilla.
 
The day!
Ore 7.45. Siamo in mezzo ad una nebbiolina che si appoggia ovunque e fa freddino. Il keniano dice che gli ricorda la Milano-Pavia. Siamo arrivati qui con una fila di pullman alle sette di mattina (la partenza sarà fra due ore e passa) ed ora siamo sparpagliati in giro per questa che sembra una via di mezzo tra un campus e una base militare ai piedi del ponte. Migliaia e migliaia di gente accampata e proveniente da tutto il mondo. La corsa del terzo giorno sotto l'edificio dell'ONU è stato solo un anticipo, un assaggio, una cura ompeopatica alla sbronza di oggi. Le americane si riconoscono perché si controllano il trucco, come se fossero in un casting. Le italiane mangiano preoccupate e controllano nervose i muscoli. Chi fa yoga. Chi ride. Ci beviamo un caffè e poi primo giro ai bagni e massaggi e rimaniamo stesi sull’asfalto freddo. Il keniano non parla da circa mezz’ora. E’ preoccupato e a disagio. Troppa gente. Gli da fastidio. Non è abituato. E poi teme che siano troppo lenti e lo intralcino ( me lo dirà solo dopo). Si guarda in giro sempre più preoccupato. Ci salutiamo. Ci auguriamo una buona corsa. Mi sento tranquilla.
Arrivo in mezzo alla sezione blu. Metto la sacca sul camion e poi gironzolo, faccio stretching. Il tempo scorre. Stiamo per partire quando vedo una signora minuta con la maglietta di Terramia. Parliamo. E’ la prima maratona che fa. Spera di arrivare infondo camminando. Mi metto accanto. Chiacchieriamo. Si sta chiedendo se sentiremo il via quando parte il colpo di cannone. Il colpo è talmente forte, che ridiamo. Il gruppo si sistema e cominciamo a muoverci.
Quando siamo sul ponte, non ci rendiamo conto se siamo già passate per la partenza. E’ talmente immensa la folla davanti e dietro di noi. Il ponte è immenso, ma non ci raccoglie tutti. Entriamo in Brooklyn. Folla intorno. La signora si chiede perchè non stiano a casa a cucinare e riposare. Strade gigantesche. Il fiume dei pettorali blu è staccato da quello degli arancioni, che ci corrono a fianco. Corriamo accanto… mi sto divertendo e il ritmo della signora è lento, più lento del mio. Va bene così. Parlo. Batto il cinque con i bambini, con ragazzi con donne e signori distinti. Un prete dice in lombardo e facendo finta di continuare a camminare “viva l’Italia. Forza”
Tra la folla mi sembra di vedere un viso conosciuto. Per terra bucce d’arance. Lui con le fette in mano offerente è impassibile, come in Vita e morte a Las Vegas, come nel grande Lebowsky. Lui è nato qui e vive qui. Lui è John Turturro. Lo bacerei per la contentezza di vederlo qui. Prendo l’arancia e lo guardo. “thanks John”. Sorride. “Keep your moving” La signora attende. E’ solo questione di un attimo. E’ solo questione di uno sguarcio. Di uno sguardo nella memoria, su quel nastro che un giorno si riavvolgerà. Corriamo corriamo. Ridiamo. Le spiego le parole. Le spiego che cosa sta succedendo. Ma il mio passo prende il suo naturale ritmo. Ci salutiamo. Un bacio e lo scambio dei nomi. Vado vado via. Volo ad aeroplano. Passo per le strade dure ed assolate. Mi butto l’acqua addosso e il gatorade dentro la gola. Ci vogliono una ventina di minuti prima che arrivi nei muscoli. Non voglio arrivare piegata. Voglio godermi tutto questo. Queste urla. Questo calore.
Corro al bordo destro. Tocco le mani. Batto le mie. Ballo sulle musiche. L’energia che dai torna indietro nel desiderio di andare oltre. Improvvisamente il silenzio. E’ il quartiere ebraico quasi Amish. Donne vestite di nero. Uomini con cappelli a larghe falde e sguardo assente. Qualcuno ha portato una radio a braccio e butta lì musica facile. Poi la bandiera della pace. Poi arriva il ponte e poi un altro. Non so dove sono. E mi ritrovo al 25 kmo. Sono sul Queensborough (?) Bridge. Il tratto piu’ duro, il tratto in solitaria. Vuoto e buio. La gente inizia a crollare intorno. Penso in un tono da cowboy metropolitano che questo ponte me lo sto fottendo passo a passo, respiro a respiro. Fuck you bastard bridge.
Fermi. Piagnucolanti. Alcuni telefonano. Altri messaggiano. Ma questi mandano messaggi anche in punto di morte? Corro. E man mano che procedo su questo ponte-tunnel sento crescere un mormorio. Diventa sempre piu’ forte piu’ forte piu’ forte. La luce cresce, aumenta. Esco sulla curva in discesa e contropendenza in pieno bagliore di luci e grida. Qui fare l’aeroplanino è naturale. Gli irlandesi, dietro le balle di fieno sulla curva da formula, uno ci stanno aspettando. Inneggiano. Urlano nomi e si riprende. Siamo sulla first avenue. Si sale al Bronx. La marea di runner si snoda come un enorme serpente. Si corre. Arrivo allo spugnaggio. L’acqua è fredda. Me lo passo sulle gambe e rido pensando alle cinesi e a Settore. Viia. Il fiume di gente davanti e dietro è ancora tanta. Ultimo ponte. DI ferro. Corro, ma c’è un collo di bottiglia. Chiedo passaggio. Manderei volentieri al diavolo chi ci ha buttato su una fila. Poi discesa e si riprende l’ultimo giro a Manhattan. Sono oltre il 20 miglio. Oltre oltre. Vedo in lontananza gli alberi del Central Park. Ci sono. Vedo i grattacieli. Corro. Vado. Al 23miglio inizia la salita. Lo so. Non la sento. Il passo è fisso. Salto un ristoro. Vado. Collassi. Gente in crampi. Gente ferma. Vado. Vado. Central Park. Sono dentro. La folla è intorno. La folla mi spinge. Un enorme insieme di visi. E di mani. Il 25 miglio. Curva e poi salita. Columbus. Ci sono. Rientro. Passo. Passo.
Arrivo. 26 miglia e 200 Cammino. Copertina termica. Chip dato. Medaglia presa. Siamo in coda. Sono sospesa tra stanchezza e felicità adrelanica. Vedo un ragazzo seduto ai bordi della strada. Vedo che ha ancora il chip. Glielo dico. Mi guarda diretto negli occhi. Non lo consegna. E’ il secondo anno. Della classifica e del tempo non gliene frega nulla. E’ felice così. Great! Gli dico e mi commuovo. Ecco il senso. Ecco questo. Vado con la mie mele e gatorade verso il camion delle sacche. Sono ancora in una folla lenta di gente coperta come piccoli monaci tibetani d’alluminio griffato. Ho bisogno di stendermi. Ho necessità di togliermi cose bagnate. Alcuni collassano. Altri stramazzano. Recupero la borsa. Stretching. Mi cambio. Olio sui muscoli pieni di sale. Sento le abrasioni bruciare. Mi lavo il viso. Bevo. Vado al punto di ritrovo dell’organizzazione. Il ragazzo romano mi guarda perplesso. Glielo direi, ma non so se capirebbe, gli direi: ‘Vado in albergo a piedi. Vado lentamente a sedimentare passo a passo questo pieno di energia tra la 5th e la 3td Av. Sai come è. Non capita tutti i giorni di essere meditative come in Sex and the City all’alba su una strada affollata in mezzo a grattacieli e con una medaglia al collo. Sai come è.”
2h e 22 min la mezza maratona 4h e 44 la maratona. Passo da metronomo lento e regolare. Piu’ lenta delle possibilità. Il guru ha gridato al miracolo, visti i miei allenamenti altalenanti.Crisi metabolica nulla. Felicità totale. Divertimento puro.
E’ solo una corsa. Per me è la piu’ bella del mondo, perchè se soffiasse...
{...}Soffiasse davvero quel vento di scirocco
E arrivasse ogni giorno per spingerci a guardare
Dietro la faccia abusata delle cose,
nei labirinti oscuri delle case,
dentro lo specchio segreto di ogni viso,
dentro di noi...
postato da sisternet | categoRia ai ran iu ran | 02:17 | commenti (4)


lunedì, novembre 07, 2005
 

Sister News

di fronte al MOMA nella New York Publica Library. Stamani lo spechhio ha riflesso una figurina abbronzata (faceva veramente caldo) e felice. Felice di una corsa che a pensarci mi vengono le lacrime per l'emozione. L'emozione di aver preso una fetta d'arancia da John Turturro che in mezzo alla folla di Brooklyn era li' ad inneggiare chi passava, di aver fatto da interprete ad una signora per le prime 3 miglia e per essermi divertita fino all'ultimo ulrando e facendo l'aeroplanino sulle curve in discesa da ponti. Rido. Guardo il MOMA riflesso. Fra poco rientro. Fra poco vi raccontero' di questa meraviglia e della corsa piu' bella del mondo.

postato da sisternet | categoRia | 18:12 | commenti (3)