Alice nella città


CIAO CIAO
Sono curiosa. Terribilmente. Della vita. Degli esseri umani. Degli spazi che abito e che visito con passo saltellante e silenzioso. Mi rivelo solo per lo sguardo divertito.

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martedì, giugno 10, 2008
 
Marte o Giove?
Mi sveglio spesso all'alba. Un poco dopo, a dire il vero. Stamani ho guardato l'orologio ed erano le 6.20,  mi sono rigirata e improvvisamente una scarpetta da corsa mi si è visualizzata nel cervello. Ho provato a chiudere le palpebre. Nulla. Così mi son vestita. Ho messo su la moka intelligente. E con il gusto del caffè sul palato, sono uscita tintinnante per le chiavi di casa che mi ballano nel taschino. La prima volta mi sembrava fosse il tintinnio della bandiera che batteva sull'asta nel campetto sportivo. Poi, in realtà, ero io che scampanellavo. Me ne sono accorta in accelerazione.
Stamani al campetto c'era il sole, poi c'ero io che giravo in senso antiorario, poi due signore con i cani che giravano in tondo. Poi sono arrivati quelli delle sette e mezza. Il gruppetto stanziale: il tizio che si legge il quotidiano sulla panchetta ad ovest, una coppia cinese che si siede sotto quella che doveva essere la tribuna per la parate e stamani stava per aprire un MAC - almeno così mi sembrava - e uno che si siede su una panchina e semplicemente osserva. Poi si sono aggiunti i pakistani che si allenano per il cricket  e "torso nudo" che corre veloce facendo svolazzare i lembi dei calzoncini e la chioma. Correre in tondo è divertente. Siamo pianeti che girano sulle ellissi. Poi ogni tanto qualcuno decade dalla traiettoria e si ferma in mezzo al campo verdissimo, sdraiato a faccia in su, a guardare il cielo fingendo di fare stretching. Ma solo per finta.
postato da sisternet | categoRia ai ran iu ran | 20:03 | commenti (2)


martedì, maggio 27, 2008
 
Ho ricominciato...

http://agripollute.nstl.gov.cn/MirrorResources/1396/terra_satellite.jpg

 e dico solo questo. Brezza. Giro in tondo e sorrido beata e inebetita guardandomi i quadricipiti arrossati. E' un bel sentire.
postato da sisternet | categoRia ai ran iu ran | 23:04 | commenti


sabato, febbraio 09, 2008
 
L'immagine “http://www.matrixuniverse.altervista.org/Immagini/System%20Failure/Sfondi/Matrix6.jpg” non può essere visualizzata poiché contiene degli errori.

Vedere la struttura in cui ci muoviamo inconsapevoli.
Verificare la programmazione e i cicli di movimento.
Scorgere la matrice senza scampo.
Sapere che si può essere altrove con un semplice clic mentale.
E' solo questione di allenamento.
postato da sisternet | categoRia ai ran iu ran, mavalàvalà | 22:41 | commenti (2)


martedì, dicembre 11, 2007
 
Attenti a quei due... ti superano
Sektor e Doug, i miei miti maschili sportivi del 2007 (quella femminile rimane la grandiosa Radcliffe a NY!), hanno fatto la MARATONA DI REGGIO.
Pioggia freddo salite, che forse l'ultratrail del Monte Bianco adesso gli sembra fattibile.
Se fossero stati a Milano avrebbero rischiato nel diluvio e nel gelo di essere stirati da qualche auto in fase di ritiro degli acquisti natalizi. Ma a Montecavolo e dintorni la gente è più civile. Un po' più comunista dentro e più civile della metropoli.
postato da sisternet | categoRia sister jena, ai ran iu ran | 23:17 | commenti (2)


sabato, dicembre 30, 2006
 

Anno nuovo, nuovo look

Ieri ho comprato una maglina per andare a correre che è una vera genialata. Una roba che appena l'indossi ti fa sentire un pezzo di un videogioco interattivo sull'atletica. Un effetto tipo eXistenz di Cronenberg. Non sai più se sei ancora fuori o sei già dentro. Una roba che inizi a correre nella saletta prove del negozio dei runners tecnici, uno dei pochi che tengono un bel po' di capi e di scarpe per donne. Bè insomma ero felice. Felicissima: le maniche si allungano un zic e voilà ho l'effetto guantino, che dopo dieci minuti che corro, d'inverno di solito non so più dove infilare. E poi il cappuccio che ripara da tutto e già mi vedevo correre o sfrecciare a far sci di fondo sul lago di Sils. Mamma mia che felicità. Al negozio anche un altro tizio che si stava provando un giacchino aveva l'aria di aver trovato la quadratura del cerchio della sua vita: niente più maglioni, niente più strati... E poi aveva uno sguardino che effettivamente mi mancava da qualche mese: lo sguardo del runners che sta per scattare alla partenza e ti guarda che scarpe hai ai piedi per vedere a quanti chilometri giri. Insomma ragazzi mi è venuta una crisi d'astinenza da gara, che avrei corso lì intorno al condominio, giusto per sgranchirmi le gambe. Però davanti allo specchio di casa l'effetto è più questo... un misto un misto  de "ahò che è finita a'pozione magica?"

a sinistra con l'occhiale tecnico... a destra al momento dell'aperitivo/ops ristoro...

postato da sisternet | categoRia ai ran iu ran, mavalàvalà | 10:09 | commenti (4)


lunedì, novembre 13, 2006
 
Dopo, doping?
Tra gli amici del quartierino la corsa è una moda. Forse prima dell’aperitivo, sicuramente senza pioggia, e nell’aria pulita delle colline, e quando fa caldo, ma…
Lui: corriamo allora? Rimarrò indietro
Sister: figurati sono fuori allenamento
Lui: e dopo che fai?
Sister: Bè dopo doccia e poi esco
Lui: E… se passassimo direttamente alla doccia?
Sister: Va’ tu avanti, va’… complimenti, bel completino.
postato da sisternet | categoRia ai ran iu ran, mavalàvalà | 23:15 | commenti


lunedì, novembre 06, 2006
 
Accadde venerdì scorso…
 
Quando sono arrivata all’imbrunire, in treno, ero emozionata.. Ho sospirato. Mi mancavano quegli occhietti. Tre mesi senza potersi sentire e vedere sono tanti. Un’eternità. E se non mi avesse riconosciuta? E se avesse fatto la permalosa?
Tre mesi senza vederci, senza provare l’ebbrezza di uno sterrato, di una curva, di piantare le quattro frecce negli occhi di quello dietro, che ti fa sentire l’alitosi sul collo a duecento all’ora. Brividi.
 
Ho attraversato determinata l’atrio della stazione di provincia e ho comprato un pacchetto di sigarette. Ne ho fumata una subito. Nervosismo. Poi sono andata a comprare qualche accessorio di regalo.
E’ sceso il buio. Ho fatto la strada a piedi. E man mano salivano a galla i ricordi.
Ho visto la luce dell’insegna blu e gialla della clinica specializzata. Ho sentito il cuore battere, mentre mi avvicinavo. E l’ho vista. Era in cortile. Impaziente. Mi stava aspettando.
Che bella! Che linea. Mi è sembrata scintillante, riposata. Il lifting ad alcune fa bene. Lei è ritornata ad essere bellissima e curata. Mi sono avvicinata, piano. L’ho accarezzata. E le ho sussurrato “Geniale son tornata!”
 
Anche il medicodellegeniali, anche l’infermieradelle geniali mi hanno confessato che da lunedì sarebbe mancata a tutti. Abbiamo salutato tutti e siam partite. Alla prima area di servizio, un bel pieno di bludiesel per lei. Intorno il buio della campagna della val d’orcia, la luna era talmente luminosa da creare ombre liquide nella notte. Siamo andate piano. Avevamo bisogno di riprendere fiducia a poco a poco.
Era accaduto il giorno del mio compleanno, in agosto. Un tamponamento terribile, in mezzo alla cittadina, in pieno giorno. Colpe riconosciute. Ma alla fine quando il carro attrezzi l’aveva portata via, c’eravamo guardate un po’ male. Io avevo un senso di morte addosso, perché eravamo ferme e avevo visto arrivare il tamponatore che “non frenava, non frenava non fren…”dallo specchietto retrovisore. Lei non si muoveva più, non si apriva più. Che botta. Chi aveva tradito chi? Lei non mi aveva protetto, io non le avevo evitato lo scontro. Insomma le solite incomprensioni tra amiche di una vita di chilometri.
 
Poi la clinica per lei. Il lento recupero di energie e del tran tran lavorativo per me. Alla fine, però, dopo interminabili peripezie burocratiche eravamo di nuovo insieme.
Curva, controcurva, luna, cipressi. Alla fine abbiamo accostato sotto Pienza. Freddie Mercury e David Bowie in People on streets in sottofondo. Ho spento il motore. Intorno il silenzio e il buio più assoluto. Ho acceso una sigaretta. Mi sono rilassata. Su tutto solo la luna.
(…)
Insanity laughs under pressure were cracking
Cant we give ourselves one more chance?
Why cant we give love one more chance?
Why cant we give love give love give love?
Give love give love give love give love give love
Cause loves such an old fashioned word
And love dares you to care
For people on the edge of the night
And love dares you to change our way
Of caring about ourselves
This is our last dance
This is our last dance
This is ourselves under pressure
Under pressure pressure
 
Poi ho fatto una foto al suo quadrante, di vecchia ragazza,  e alla mia mano ossuta. E siamo ripartite. Di nuovo unite. Di nuovo insieme. Grande geniale.
 
Prologo: sull’A1,al rientro alla base, saettavamo perfette, dirette a Nord, tra code, TIR pericolosi, guidatori con cappello su auto piantate nella seconda corsia come su un magnete.  Cinquecento chilometri per rinsaldare una simbiosi e per riprendere a zigzagare per il mondo, dalle corse in mezzo al verde la domenica mattina, alle maratone lavorative e non. Ah, Geniale, quanto mi sei mancata! Bentornata!

 

postato da sisternet | categoRia tempi liberati, ai ran iu ran | 17:39 | commenti (4)


giovedì, settembre 21, 2006
 

Due notizie da Bar Sport

La corsa di ieri sera è stata interessante. L'anello non è molto lungo, ma ha anche dei tratti in salita verso una vecchia polveriera. 47 minuti con allunghi, confronti e consigli. Una signora che passeggiava sull'anello al mio saluto ha detto che filavo e che filavo via veloce. Dei due ragazzetti, lo smilzo era concentrato e PuntoG invece ha tenuto benissimo 30 minuti di corsa continua dopo un anno di fermo totale.  Discussioni varie sul senso di salutare o meno, e su dove ci si sentiva l'aorta che scoppia. Alla fine sono stata assunta dai ragazzetti. Come leprottina. Si ricomincia con la stagione delle corse di gruppo!

postato da sisternet | categoRia tempi liberati, ai ran iu ran | 12:09 | commenti


mercoledì, settembre 20, 2006
 

Pensieri alla rinfusa

Vado a Correre!!! con due ragazzetti di 44 anni. su e giù per i ronchi collinari intorno a questa città.

Non vedo l'ora. Ho il cervello talmente ingolfato che parlo come l'omino della Bialetti e sembro uscita da quel fumetto anni 70 in cui c'era un filo tracciato con una matita che diceva cose incomprensibili e si arrabbiava con il disegnatore... chissà se qualcuno se lo ricorda.

Stamani ho incontrato una neo amica che mi ha chiesto se mi occupavo di didattica in università. Le ho risposto che seguo dei progetti di ricerca applicata e mi ha detto sorniona: "aah allora sei anche tu un manovale!" ecco allora adesso il manovale tira su la schiscieta e si stacca dal tornio dei pensieri e delle scritture da catena di montaggio.

postato da sisternet | categoRia barlafus, ai ran iu ran | 17:37 | commenti (3)


lunedì, giugno 26, 2006
 

Baci e abbracci

vado ad allenarmi in montagna. E' ufficiale però. Anzi diciamo che lo ammetto: sono una sgobbona un po' calvinista. Non mollo prima di partire per le vacanze... quindi ora posso ricominciare a respirare...Comunque vi lascio una perla di saggezza di Bruno Bruno il personaggio che d'inverno fa Babbo Natale per le osterie e d'estate si trasforma in un satiro sempre però in stereo stereo...

Ieri sera nel bel mezzo di una fetta di parmigiana con davanti un bicchiere di misto (leggasi acqua gasata e vino rosso "che così dura di più") ha buttato lì  : " non capisco perchè 22 miliardari corrono dietro ad una palla di pelle. Ma non se la possono comprare?"

postato da sisternet | categoRia barlafus, ai ran iu ran, mondialcoscia | 18:40 | commenti (1)


martedì, aprile 25, 2006
 

Mentre vivo come in un acquario delle emozioni, ho ripreso a correre. Bene, direi. Mi serve per respirare. Corro nei boschi, nel silenzio. Ogni tanto mi soffermo a respirare il profumo degli abeti, dei mughetti, della nebbiolina mattutina o del calore dell’erba. Dieci chilometri, poi quindici, poi sedici. Chilometro dopo chilometro riconquisto la sensazione del corpo, della mente, dei sogni e dei desideri. Ad ogni passo scende un po’ la paura del proseguire da sola sulle mie gambe, sulle mie intuizioni. Ad ogni passo sale la voglia di andare avanti, di sentire la primavera che è scoppiata così. Improvvisa.
postato da sisternet | categoRia ai ran iu ran | 01:54 | commenti (1)


sabato, novembre 12, 2005
 
La sister a New York!
In sottofondo da Francesco Guccini, Madame Bovary il tango di Scirocco
Ricordi? Le strade erano piene di quel lucido scirocco
Che trasforma una realtà abusata e la rende irreale
Sembravano alzarsi le Torri in un largo gesto barocco
e in via dei Giudei volavano velieri, come in un porto canale {…}
Il guru seduto, per caso, accanto in aereo sul volo d’andata fa sentire che questo sarà un viaggio indimenticabile. Racconta delle sue ultime avventure di studente tardivo e mi fa sorridere. Mi sento tranquilla. Stanca e tranquilla. Dormicchio. Racconta quasi sottovoce che New York è un luogo dove ci si sente immediatamente a casa. Non esiste un adattarsi, si è subito a casa. Lo guardo sorridendo. Non lo facevo così filo-americano.
Ora sono qui, davanti allo schermo, innamorata persa di New York e di quel sentirmi immediatamente a casa e lo racconto a tutti. Lo scriverei sui muri come Nanni Moretti quando gira per l’ospedale in Aprile scrivendo “epidurale per tutti” ecco qui scriverei “un soggiorno a NY per tutti. W NY! Mandatemi a NY!”
 
Il primo giorno
La prima sensazione è di poter essere. Essere una runner che corre a Central Park per allenamento intorno ai laghetti e alle foglie rosse e gialle d’autunno di prima mattina. Correre insieme a chi la maratona l’ha vinta e che ha una faccia da guaglione in vacanza. Il pericolo qui è di girare a naso in aria a guardare in alto il cielo, i grattacieli, gli alberi, i colori che si confondono e di non capire quel “Ehi look at the moon!”. Corro il rischio di sfasciarmi una caviglia a furia di fissare gli striscioni già montati dell’Arrivo. Come i bambini, troppo emozionati. Un’ora di corsa e una sbucciatura su un ginocchio e ad una mano. La colazione in albergo a dieci minuti dal parco. Poi si va a prendere il pettorale, che non ci si pensa più. Doppi controlli sull’identità e poi è giro negli stands con il keniano voglioso e timoroso allo stesso tempo.
Ci fermiamo a guardare le possibilità di future maratone. L’estrema punta dell’irlanda o il caldo della jamaica a fine anno? E se ci buttassimo nella 100 kmi del sahara? Il keniano è allibito. Ma quante maratone fanno? E quanta gente può spendere per il turismo sportivo? Chiacchiero un po’ con i ragazzi dello stand sulla 100kmi del Sahara. Chiedo informazioni sulle tappe, le piste, l’organizzazione. Poi ad un certo punto mi viene in mente la domanda bastarda:
-          Ma non si è mai perso nessuno?
-          No!
Ci pensa un attimo
-          Veramente uno… veramente aveva qualche problema di vista. E’ stato un caso particolare
Lo guardiamo interrogativi.
-          Ecco insomma, non ci vedeva bene, la sabbia dava fastidio alle lenti e quindi le ha tolte. Be’ ha pensato di correre guardando dei corridori davanti a sé, invece stava correndo dietro a dei dromedari. L’abbiamo ripescato dopo un’ora e mezza. In un’oasi con i tuareg che non capivano che ci facesse lì uno vestito così e che si dannava in una lingua sconosciuta.
Rido all’idea che se i maratoneti sono folli, gli ultramaratoneti sono al di là di ogni possibile comprensione razionale.
Poi in giro per Manhattan, a guardare i tubi impiantati nelle strade che scaricano vapore in mezzo alle vie. A guardare il cielo e la gente che gira frettolosa, ma aperta a qualsiasi incontro. A capire che i riflessi dei grattacieli ti possono illuminare il viso a sorpresa e farti diventare protagonista per un minuto di un immaginario set cinematografico. A guardare come sono curati i look delle donne che si ripassano fard e lipstick. E poi riposo e poi fino a sera su e giù per la metropolitana densa di rifiuti e grondande di perdite di acqua.
Poi è il lower east side in notturna e un bar-cafè dove si scrive, si gira su internet e si chiacchiera e poi giù per un negozio di cd e poi sono mille desideri di cibo e di vite parallele. Alla fine davanti ad un ascetico keniano mi tuffo in un gigantesco burrito e a dormire che domani si va.
 
Il secondo giorno
Mi vesto per la corsetta mattutina. Cerco di sfuggire al guru che ci vuole portare sul ponte della gomma da masticare. Mi sembra eccessivo: ho fatto i calcoli sulla mappa. Metto fuori la testa dalla porta della camera. Il corridoio è vuoto. Arrivo all’ascensore. Questo si apre e compare lui, il guru.
-Allora andiamo a fare la brooklinata?
-Certo! Ma come ci arriviamo?
(Dio mio ma quanto sono codarda…ora temo solo l’ “a piedi”)
-          Con la metro
Ecco meno male. Per l’andata sono a posto.
Siamo in quattro: il guru, il keniano, io e un ragazzetto che arriverà in maratona a 3ore e 4 minuti. Usciamo dalla subway. Corriamo. Saliamo sul ponte. Ci facciamo le foto. Ripartiamo. Guardiamo la statua della libertà. La baia. Guardiamo Manhattan. E pensiamo che siamo su un chewing gum. Ridiamo tutti come dei bambini. Non abbiamo piu’ età diverse, siamo eguali nella corsa e nel piacere. Risaliamo fino all’albergo, per le strade a zig zag. Comincio a capire quando dicono che non sarà facile. E’ un saliscendi continuo e fa caldo. Tanto caldo. Il ragazzetto scatta ad un incrocio. Sorrido. Il guru dice che gli è scattato l’ormone. Sorrido. Parliamo del doppio senso dei pipes piantati per terra. La gente ci saluta e ci chiede se correremo domenica. Intanto il keniano silenziosamente corre e annota. Annota il profumo dei ginko che hanno le foglie gialle, i mazzi di fiori a Cartier e i mille incroci di visi che per noi sembrano usuali, ma che forse nella savana...
Poi è libreria e caffè e poi sono note emozionali sul taccuino e poi sono acquisti di fumetti e poi è la scoperta del Rockfeller Center del film Serendipity (dove sei?) e poi è contemplazione del giardino del Moma nell’entrata libera del venerdì pomeriggio.
 
Poi è la sicurezza che dà questo intrico di strade dove si orienta anche un bambino e il paravento dei grattacieli intorno. E la sensazione di una protezione totale. Ora mi immagino la mente dei newyorkesi l’11 settembre 2001. E mi ricordo di me che guardavo fissa  in uno schermo TV  il fumo sopra Manhattan e che pensavo che NY fosse diventato un enorme set di un film e che dietro alle Twin Towers sarebbe apparso anche un enorme Godzilla.
 
The day!
Ore 7.45. Siamo in mezzo ad una nebbiolina che si appoggia ovunque e fa freddino. Il keniano dice che gli ricorda la Milano-Pavia. Siamo arrivati qui con una fila di pullman alle sette di mattina (la partenza sarà fra due ore e passa) ed ora siamo sparpagliati in giro per questa che sembra una via di mezzo tra un campus e una base militare ai piedi del ponte. Migliaia e migliaia di gente accampata e proveniente da tutto il mondo. La corsa del terzo giorno sotto l'edificio dell'ONU è stato solo un anticipo, un assaggio, una cura ompeopatica alla sbronza di oggi. Le americane si riconoscono perché si controllano il trucco, come se fossero in un casting. Le italiane mangiano preoccupate e controllano nervose i muscoli. Chi fa yoga. Chi ride. Ci beviamo un caffè e poi primo giro ai bagni e massaggi e rimaniamo stesi sull’asfalto freddo. Il keniano non parla da circa mezz’ora. E’ preoccupato e a disagio. Troppa gente. Gli da fastidio. Non è abituato. E poi teme che siano troppo lenti e lo intralcino ( me lo dirà solo dopo). Si guarda in giro sempre più preoccupato. Ci salutiamo. Ci auguriamo una buona corsa. Mi sento tranquilla.
Arrivo in mezzo alla sezione blu. Metto la sacca sul camion e poi gironzolo, faccio stretching. Il tempo scorre. Stiamo per partire quando vedo una signora minuta con la maglietta di Terramia. Parliamo. E’ la prima maratona che fa. Spera di arrivare infondo camminando. Mi metto accanto. Chiacchieriamo. Si sta chiedendo se sentiremo il via quando parte il colpo di cannone. Il colpo è talmente forte, che ridiamo. Il gruppo si sistema e cominciamo a muoverci.
Quando siamo sul ponte, non ci rendiamo conto se siamo già passate per la partenza. E’ talmente immensa la folla davanti e dietro di noi. Il ponte è immenso, ma non ci raccoglie tutti. Entriamo in Brooklyn. Folla intorno. La signora si chiede perchè non stiano a casa a cucinare e riposare. Strade gigantesche. Il fiume dei pettorali blu è staccato da quello degli arancioni, che ci corrono a fianco. Corriamo accanto… mi sto divertendo e il ritmo della signora è lento, più lento del mio. Va bene così. Parlo. Batto il cinque con i bambini, con ragazzi con donne e signori distinti. Un prete dice in lombardo e facendo finta di continuare a camminare “viva l’Italia. Forza”
Tra la folla mi sembra di vedere un viso conosciuto. Per terra bucce d’arance. Lui con le fette in mano offerente è impassibile, come in Vita e morte a Las Vegas, come nel grande Lebowsky. Lui è nato qui e vive qui. Lui è John Turturro. Lo bacerei per la contentezza di vederlo qui. Prendo l’arancia e lo guardo. “thanks John”. Sorride. “Keep your moving” La signora attende. E’ solo questione di un attimo. E’ solo questione di uno sguarcio. Di uno sguardo nella memoria, su quel nastro che un giorno si riavvolgerà. Corriamo corriamo. Ridiamo. Le spiego le parole. Le spiego che cosa sta succedendo. Ma il mio passo prende il suo naturale ritmo. Ci salutiamo. Un bacio e lo scambio dei nomi. Vado vado via. Volo ad aeroplano. Passo per le strade dure ed assolate. Mi butto l’acqua addosso e il gatorade dentro la gola. Ci vogliono una ventina di minuti prima che arrivi nei muscoli. Non voglio arrivare piegata. Voglio godermi tutto questo. Queste urla. Questo calore.
Corro al bordo destro. Tocco le mani. Batto le mie. Ballo sulle musiche. L’energia che dai torna indietro nel desiderio di andare oltre. Improvvisamente il silenzio. E’ il quartiere ebraico quasi Amish. Donne vestite di nero. Uomini con cappelli a larghe falde e sguardo assente. Qualcuno ha portato una radio a braccio e butta lì musica facile. Poi la bandiera della pace. Poi arriva il ponte e poi un altro. Non so dove sono. E mi ritrovo al 25 kmo. Sono sul Queensborough (?) Bridge. Il tratto piu’ duro, il tratto in solitaria. Vuoto e buio. La gente inizia a crollare intorno. Penso in un tono da cowboy metropolitano che questo ponte me lo sto fottendo passo a passo, respiro a respiro. Fuck you bastard bridge.
Fermi. Piagnucolanti. Alcuni telefonano. Altri messaggiano. Ma questi mandano messaggi anche in punto di morte? Corro. E man mano che procedo su questo ponte-tunnel sento crescere un mormorio. Diventa sempre piu’ forte piu’ forte piu’ forte. La luce cresce, aumenta. Esco sulla curva in discesa e contropendenza in pieno bagliore di luci e grida. Qui fare l’aeroplanino è naturale. Gli irlandesi, dietro le balle di fieno sulla curva da formula, uno ci stanno aspettando. Inneggiano. Urlano nomi e si riprende. Siamo sulla first avenue. Si sale al Bronx. La marea di runner si snoda come un enorme serpente. Si corre. Arrivo allo spugnaggio. L’acqua è fredda. Me lo passo sulle gambe e rido pensando alle cinesi e a Settore. Viia. Il fiume di gente davanti e dietro è ancora tanta. Ultimo ponte. DI ferro. Corro, ma c’è un collo di bottiglia. Chiedo passaggio. Manderei volentieri al diavolo chi ci ha buttato su una fila. Poi discesa e si riprende l’ultimo giro a Manhattan. Sono oltre il 20 miglio. Oltre oltre. Vedo in lontananza gli alberi del Central Park. Ci sono. Vedo i grattacieli. Corro. Vado. Al 23miglio inizia la salita. Lo so. Non la sento. Il passo è fisso. Salto un ristoro. Vado. Collassi. Gente in crampi. Gente ferma. Vado. Vado. Central Park. Sono dentro. La folla è intorno. La folla mi spinge. Un enorme insieme di visi. E di mani. Il 25 miglio. Curva e poi salita. Columbus. Ci sono. Rientro. Passo. Passo.
Arrivo. 26 miglia e 200 Cammino. Copertina termica. Chip dato. Medaglia presa. Siamo in coda. Sono sospesa tra stanchezza e felicità adrelanica. Vedo un ragazzo seduto ai bordi della strada. Vedo che ha ancora il chip. Glielo dico. Mi guarda diretto negli occhi. Non lo consegna. E’ il secondo anno. Della classifica e del tempo non gliene frega nulla. E’ felice così. Great! Gli dico e mi commuovo. Ecco il senso. Ecco questo. Vado con la mie mele e gatorade verso il camion delle sacche. Sono ancora in una folla lenta di gente coperta come piccoli monaci tibetani d’alluminio griffato. Ho bisogno di stendermi. Ho necessità di togliermi cose bagnate. Alcuni collassano. Altri stramazzano. Recupero la borsa. Stretching. Mi cambio. Olio sui muscoli pieni di sale. Sento le abrasioni bruciare. Mi lavo il viso. Bevo. Vado al punto di ritrovo dell’organizzazione. Il ragazzo romano mi guarda perplesso. Glielo direi, ma non so se capirebbe, gli direi: ‘Vado in albergo a piedi. Vado lentamente a sedimentare passo a passo questo pieno di energia tra la 5th e la 3td Av. Sai come è. Non capita tutti i giorni di essere meditative come in Sex and the City all’alba su una strada affollata in mezzo a grattacieli e con una medaglia al collo. Sai come è.”
2h e 22 min la mezza maratona 4h e 44 la maratona. Passo da metronomo lento e regolare. Piu’ lenta delle possibilità. Il guru ha gridato al miracolo, visti i miei allenamenti altalenanti.Crisi metabolica nulla. Felicità totale. Divertimento puro.
E’ solo una corsa. Per me è la piu’ bella del mondo, perchè se soffiasse...
{...}Soffiasse davvero quel vento di scirocco
E arrivasse ogni giorno per spingerci a guardare
Dietro la faccia abusata delle cose,
nei labirinti oscuri delle case,
dentro lo specchio segreto di ogni viso,
dentro di noi...
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lunedì, ottobre 31, 2005
 
Nigtswimming #2 05.10.30...7 giorni dopo
Lunedì, presa dall’entusiasmo mi sono iscritta alla 10 chilometri organizzata da Radio Deejay. Poi un senso di malessere dopo tre giorni di ascolto del programma di Linus. Con tutto rispetto, ma questa è una corsa per il suo compleanno. Sale pure a galla il ricordo di una corsa veloce che aveva organizzato in primavera. Brrrr. Forse sono troppo snob. Preferisco correre con il gruppo Michetta o quelli de i Fanfulla. Ecco. Leggo il mio piano di allenamento. Il guru dice che dovrei correre un 20 chilometri con allunghi di un chilometro ogni due. Passo in rassegna le possibilità. Busto Arsizio maratonina.
Mi iscrivo sabato quasi alla chiusura delle Poste, anche se mi sembra una cinesata. Stamani, indecisa tra il dormire e l’andare, mi capitombolo giù dal futon. Arrivo alla partenza alle 9.00. Ritardissimo. Il tempo di scaldarmi e mettere il chip. Entriamo nei cancelli di partenza. Bum e si parte. Veloce. Piatto. Piatto. Due giri. Periferie di Busto. La gente va velocissima. Anche troppo. Poi penso all’allenamento: due lenti e uno veloce. Mi serve per non utilizzare le scorte di zuccheri e per affrontare il muro dei 35 chilometri. Fra una settimana. Oltre oceano. Quindi allungo e poi lentino, lentino, allungo. Al secondo giro, fatichissima. Affronto tutte le mie paure passetto a passetto. Mi ricordo che non ho fatto colazione. Oggi niente nebbia. Sole e basta. Se ci fosse la nebbia oggi potrei immaginare un paesaggio che invece esiste ed è solo la periferia residenziale di Busto-Castellanza. Mi sorpassa uno con la maglia del Milan. Penso a S. Siro. Mi concentro. Sono più lenta del primo giro. Ad un certo punto un vecchietto che sta dipingendo un acquarello mi supera. Lo riprendo. Tiene la tavola agganciata e poi ha i colori in una serie di bicchierini inseriti in una cintura. Oggi nessun Pagoda, ma la puntata di Art Attack! Sono di nuovo sul passo e sul respiro. Finisco. 2ore e 6 minuti. Buona. Gironzolo. Chiacchiero. Spogliatoi. Docce. Fra una settimana altro skyline. Anzi "lo skyline!"
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Nightswimming #01 - 05.10.23
Nebbia tanta. Il naviglio pavese è bellissimo. Campagna e la periferia milanese vista dalla bassa. E poi ancora nebbia e umido. Il casello-casello è stata un’esperienza mistica. Un’enorme ponte lungo quasi 33 chilometri e senza molte possibilità di trasferire altrove l’attenzione. Il compare è partito veloce e il keniano ha detto che con me avrebbe provato una tattica di gara disciplinata. Arrivata al 24 chilometro con un perfetto 6minuti di media, con il keniano che continua a dire che lavora sotto coppia, la mia mente ha deciso che era arrivata. Ci ho impiegato due chilometri a convincerla che se saremmo rimaste lì non sarebbe stato bello. In mezzo al viottolo con i pescatori e le montagne di vermi pronte a buttarsi nel naviglio non ce la saremmo passata bene. Al 26° il riscatto di mente e corpo finalmente in connessione e pure divertite. Mi concentro sul passo. Dopo due chilometri accenno ad un allungo leggero e mi rendo conto che sto tenendo il conto del respiro come se facessi delle bracciate in vasca. Ogni quattro passi inspiro. Sorrido. Il biondo le sta facendo sul serio.
 
Continuo a correre. Ormai il keniano è stato inghiottito dal desiderio di provare il senso della velocità. Supero due tizie-belle figheire che alla partenza si scambiavano commenti sulla pista della 25 aprile. Sento da lontano le campanelle tibetane del tipo che ha deciso di indossare un copricapo a forma di tempio buddista. Din din din din. Allungo il passo. Il sentirle e il perdere la concentrazione coincidono. Altro che gandhiana. Gliele brucerei in un rogo. Chissà la Certosa dove sarà. Comincio a ridere da sola. Mi viene in mente una battuta di “Che mi hai portato a fare a Posillipo…”. In mezzo ad un nebbione fitto fitto fitto qualcuno diceva “aaahh Bella Milano… se si potesse verè!”.
 
Ad un certo punto c’e’ una curva. Non ci posso credere. Una curva!!! Giro. Fischio del capostazione e il cartello “PAVIA” dice che sta per passare un treno sul ponticello sulle nostre teste. All’altezza dello stadio, gruppetto di gente intorno ad un sessantenne collassato, che si rimette in piedi e dice che cammina. Il gruppetto si frantuma e riprende a correre. Vai vai vai. Le strade diventano cittadine come il traffico e i vigili. Inizia il pavè. Sento un dolore che dalla pianta dei piedi arriva alla cervicale. Mi vengono in mente i ponti di Venezia. Già. Un anno fa. Un anno?!
 
Mentre sto pensando a questo una voce celestiale dice “Ma quanto ti ammiro!” Giro il viso e trovo Sektor in assetto da corsa con tanto di giubbottino catarifrangente. Dio, che visione! MEglio della madonnina di Lourdes! Gli salterei al collo. Corre accanto. Mi viene da ridere dalla contentezza! Sulla salitina finale tengo il passo e tiro fuori le ultime energie. Vedo da lontano l’arco gonfiabile che segna l’arrivo. Mi sembra irrangiungibile. Mi viene la nausea. Passato. Tolgo il chip. Dolore dalle varie abrasioni e da tutti muscoli, anche da quelli che non sapevo di avere. Siamo in mezzo alla piazza. Speaker e premiazioni. Il keniano ha preso le borse e zampetta in giro. Ha allungato dal 24° fino alla fine. Se non ci fosse stata la consegna del chip l’avremmo ripreso a Genova.
Din din din. “E’ arrivato Pagoda!” . 
Quando Sektor dice “Piove, vado a correre” penso che siamo pronti per una bella corsa nella brughiera. Magari un altro giorno. Magari domani. Magari dopo un bagno gelato come ha raccontato il medico sportivo delle due atlete cinesi che hanno fatto in sequenza maratona e dieci chilometri, vincendole entrambe. Magari.
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sabato, ottobre 22, 2005
 
Domani si corre in qualsiasi condizione meteo!
Finiti gli accordi pregara e la pasta con le melanzane guardiamo il sito per vedere dove sia il ritrovo.
Sister: Guarda nooo non sono 32 kmi. Sono quasi 33kmi
Keniano: Se corriamo troppo in fretta rischiamo di andarci a sbattere, contro il muro
E con queste premesse domani andiamo a berci un aperitivo a Pavia dopo un casello-casello.
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martedì, ottobre 11, 2005
 

Risolvi il problema aritmetico

Tra meno di quindici giorni, il 23 ottobre per l'esattezza, tiro una pista che va da Milano a Pavia. Sono 32 chilometri e 300 metri misurati.  Visto che i pusher sono altamente tradizionali e qualificati, che si accetta solo roba di qualità con tanto di certificato, tenuto conto delle quote di mercato e dei grammi necessari, quanto dovrò investire?

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lunedì, ottobre 03, 2005
 
Il giro dell’oca…
 
Domenica 2 ottobre ore 6.45
Fuori è buio. Piove. Tanto. A quest’ora in Lomellina stanno già distribuendo i cartellini a quelli che partono per la 50 chilometri. Prendo le borse, controllo l’attrezzatura anche di soccorso Oggi cominciano le abrasioni dei lunghissimi. Oggi vado incontro ad un 31 chilometri.
 
Passo dal keniano-alias fiorista di Nairobi. Mentre sale sulla Geniale controllo:
-          Hai preso il cappellino e il cambio?
-          No, niente cappello. Poi ho solo una maglietta. Perché? Serve?
Che gli dico? Il keniano ha un’anima blues e correrebbe a piedi scalzi. Si parte. Caffè all’autogrill.
 
E poi giù per la campagna. Arriviamo. Indossiamo le giacchine e cerotti e decido di correre con le scarpe più nuove che ho. Trenta chilometri meritano un po’ di riguardo.Al bar-ritrovo facciamo un controllo del percorso su una mappa e poi ci lanciamo. Il cronometro va. I percorsi si ramificano in mille ruscelli di persone che corrono, camminano. La parte asfaltata finisce e si entra in mezzo alle risaie e ai campi di mais. Siamo soli. Incrociamo un gruppetto. Lo superiamo. Ci superano. Arriviamo al primo ristoro. Mollo la giacchetta. Spiego che stiamo facendo la 31 chilometri e che ci si vedrà al ristoro. I due tizi sui sessanta mi guardano un po’ allibiti, ci danno da bere ma alla fine prendono il giacchino. Riprendiamo la corsa. La pioggia ha smesso. Il mais ci supera in altezza. Passiamo vicino ad un mulino e poi ci inerpichiamo in un bosco. L’anno scorso il percorso era diverso su e giù dall’argine del Po. Questo anno è tutto nuovo. Il vento arriva a raffiche. Sta arrivando un altro acquazzone. Francamente meglio bagnata che sfranta dal calore dell’essere vestita troppo.
 
Scatta la prima ora. Avremo fatto dieci chilometri? Non troviamo più diramazioni. Corriamo, chiacchieriamo. Il paesaggio è magnifico. Il Keniano dice che sta correndo “sottocoppia”. Ride. Improvvisamente su un sentierino nel bosco vediamo il cartello “Ultimo kmo” Il keniano non capisce, non crede a ciò che vede. Io mi sto chiedendo dove abbiamo sbagliato. E in quel momento sbuchiamo a cinquecento metri dall’arrivo, in mezzo ad un incrocio. Blocchiamo i crono. Uno degli organizzatori di fronte alle nostre perplessità ci rispedisce sul percorso. Ci guardiamo. Che fare? Riprendiamo a correre in silenzio.
 
Dopo due chilometri uno dei due personaggi che abbiamo incontrato al ristoro, su una vecchia renault4 ci intercetta e ci invita a seguirlo. Il ritmo della corsa aumenta. Cerco di mantenere la mente libera, ma francamente sto per mollare. Il percorso è quello che abbiamo fatto un’ora prima. Il tizio guida qualche metro avanti. Poi si ferma e mentre si sta fumando una sigaretta ci saluta e ci indica il sentiero che si stacca dalla prima diramazione. Ci chiediamo dove ci siamo sbagliati ed ecco che appare un cartello enorme, con le indicazioni per i percorsi della 31, della 38 e della 50 kmi. Ricordiamo. Eravamo in sorpasso e abbiamo saltato l’uscita. Cazzo. Dopo neanche un chilometro incontriamo un altro che ci sta aspettando. Dall’arrivo lo hanno avvisato che “ci sono due che stanno riprendendo il percorso dei 31” ci guida al ristoro dentro una cascina. Qui dietro il banchetto c’è uno che è la fotocopia di Settore. Uguale uguale uguale. Mentre gli sto chiedendo se tiene anche lui all’Inter, l’altro interrompe i miei pensieri e ci dice di seguirlo.
 
Riprendiamo a correre dietro l’auto che ci lascia davanti ad un bivio. “ di qui fate i 24 kmi, mentre di là andate verso i 38”. Il keniano è scosso. Io tentenno e poi mi butto sui 38. Vediamo che succede. Piove. Scherzo “Ehi oggi ci facciamo la maratona!” Comincio a sentire i dolori alle articolazioni. Non abbiamo idea di quanto abbiamo percorso, di quanto ci manchi. Merda. Il keniano corre forte, io dietro. Al primo ristoro gli voglio dire che da lì in poi andiamo in modalità “risparmio energetico”, che se non sappiamo quanti chilometri abbiamo percorso rischiamo di finire la benzina. Vediamo un “punto di controllo tra 100m” e un cartello che porta “31-38” ci infiliamo in un tunnel stradale dove si sono riparati quelli del ristoro. Beviamo tè, mordo velocemente un pezzo di torta e poi chiedo quanto manca sul percorso dei 31. “ Aah siete quelli che stanno facendo il secondo giro… ecco da qui sono 8 chilometri” e controlla su una mappa. Non ho parole. Non guardo neanche il crono perché vedo gli occhi sgranati del keniano.
 
Riprendiamo sotto la pioggia battente. Su e giù per i campi. Di nuovo qualche boschetto e passaggi sulla sabbia. Rifacciamo i conti mentalmente e poi ce li passiamo a voce. Non ci possiamo credere. Di colpo siamo sugli ultimi due chilometri. Arriviamo aumentando il ritmo. Entriamo dietro una scuola dove c’è il ritrovo. Timbrino e gli organizzatori che ci dicono ridendo “ehi allora fate un terzo giro?” . Ci cambiamo velocemente e torniamo al risotto con la salsiccia, al bicchiere di vino e al pacco gara.
 
C’è una mappa con i percorsi. Controlliamo e rifacciamo i calcoli con un veterano-organizzatore. Nessun dubbio, i conti tornano. Forse abbiamo fatto anche qualcosa in più. Ecco allora i primi 31 chilometri della stagione corsi in 2ore e 46-47 minuti in quella che è per me la “Gualtiero marchesi, l’aimo e nadia delle corse domenicali”: servizio in sala (organizzazione): ottimo; guida ai menù (cartelli): eccezionale; toilettes naturali e non: fantastiche; pacco gara: riso della Lomellina e Riesling Italico.
 

[I ragazzi ci hanno invitato alla prima corsa della stagione 2006: fine gennaio, nei giorni della Merla con docce calde e super-ristoro finale…io ci penso!]

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lunedì, settembre 19, 2005
 

Dove si narra di 24 chilometri, tre cappelli da chef e un keniano
 
Sono stata indecisa per qualche giorno. Alla fine hanno deciso il destino, quel senso di passi piccoli che ho in questo tempo e la mia curiosità.
Ieri mattina sono andata a correre per 24  chilometri a Lonate Pozzolo, nel Parco del Ticino. Indecisa fino all’ultimo momento, rispetto ad un’altra corsa sull’Adda che l’anno scorso aveva meritato i tre cappelli da chef per il ristoro finale, quattro alberelli per la location e tre stelline per l’organizzazione. Indecisa perché l’Adda è un bel richiamo, perché un 27 chilometri in compagnia del biondo in dark look mi fa sorridere al pensiero, perché nella fase organizzativa ci si sente tra il drogato e il pusher. Ormai si gira proponendo solo roba buona. E da quando corre anche Settore, ai ristori finali la richiesta di piatti che siano all’altezza della corsa è in tono con il senso cromatico dell’evento, anche se permane il suo smarrimento nell’utilizzo delle posate di plastica. Sorrido.
Il Keniano mi ha seguito in autostrada con la duetto dei fiori, il compare era già all’alba in posizione di partenza. Tempo piovoso. Pioggia fine fine. La mia preferita.
 
Partenza e subito saluto il keniano che con sguardo furbino scatta dentro i pantaloni della vecchia tuta tagliati al ginocchio e la maglia tecnica della salute. Il sentiero è un sali scendi continuo. Il Ticino, l’acqua che scorre vicina appaiono quasi subito. Il primo ristoro è una sorpresa, nel senso che non pensavo di aver percorso già cinque chilometri. Pioviggina sull’acciotolato e sui sentieri in mezzo ai boschi. Funghi a mazzi. Pochi gli incontri. E intanto scorrono davanti agli occhi centrali elettriche dismesse, dighe, canali e impianti di cemento che servono per creare le cadute d’acqua che possono far girare le turbine e alberi, che sembra di stare alla Gardaland dell’energia rinnovabile e poi verde e poi la pioggia addosso. [Chissà a Trezzo come va] E poi il ristoro nel sottopasso con il vecchietto a dare il brodo fatto in casa con un compagno che dice “le gha fatt lù, mica la su miée”. Come dire di no? E giù il brodo caldo che sa di pollo buono e di cipolla e carota.
E se non fossi nella corsa starei qui a discutere su come lo ha fatto.
 
E poi dietro l’angolo la salita da Gran Premio della Montagna. E poi si ripassa a zig zag su ponti, scalette e giù di nuovo lungo gli argini. I chilometri segnalati sembrano numeri. [chissà in che paese siamo] e poi via sotto le frasche e in mezzo ai campi [che bello che piove]. All’improvviso ecco la civiltà, ecco il rombo dei motori degli aerei che stanno arrivando a Malpensa. Si passa a ridosso della pista di atterraggio e poi si rientra nel bosco. Improvvisamente il sentiero diventa un rettilineo con i solchi dei carretti sotto le chiome di alberi centenari. Il cartello scritto a pennarello dice che siamo su una strada comunale del 1830. Poi spuntano residui bellici, ma che raccontano di uomini e vita quotidiana. Qui, racconta un altro cartello, era una dogana e qui un pezzo di lavatoio tedesco e qui oddio eh sì sembra, anzi è una pista tedesca per aerei. E qui dove partiva la brughiera. Il bosco se ne è impadronito completamente. E poi gli ultimi due chilometri. Fatica. E all’arrivo poco o nulla. Solo tè caldo, nutella e marmellata. Non ho fame IO VOGLIO IL RISOTTO!!! Così la corsa si conclude con un cappello da chef (merito del brodo); quattro alberelli e una stellina (almeno tre i bivii non segnalati).
E il tempo finale? Bè 24 chilometri in 2ore e 23 min. Il keniano ha impiegato 1 ora e 50 min, ma dice che non ha sentito gli aerei e non aveva visto le centrali. Beato.
postato da sisternet | categoRia ai ran iu ran | 17:41 | commenti (1)


giovedì, settembre 08, 2005
 

Scadenze

La Geniale ha perso la Garanzia e anch'io non mi sento troppo bene. Ormai all'idea di percorrere chilometri e oltrepassare caselli di notte e di giorno ci viene una sottile nausea. Ci sono però due cose che facciamo fatica ad escludere dalle nostre diete: il gelato al cioccolato e le mezze. Intese come maratone. Sorrido.

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giovedì, agosto 25, 2005
 

 

 

 

 

 

 

Per gli addetti ai lavori...

Pensavo di morire. L'ho pensato due o tre volte, ma ce l'ho fatta. Ho corso 5 kmi in spinta massimale. 22' e 11'' ! Alla fine avevo i polmoni sulle orecchie i gomiti toccavano l'alluce e le rotule erano sulla cervicale e il fegato era scappato chissà dove.

Però mi sono sentita un po' così...

 

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mercoledì, agosto 10, 2005
 
Il BAU BAU
Ieri nel bosco dove corro c’erano tutti. Cani liberati, cavalli cavalcati, mountain bike veloci, runner provetti, runner al passo, professionisti in vacanza in calzoncini con aspiranti amanti truccate e accessoriate, bambine timidamente obese con padri in soprappeso, donne solitarie con le bocche strette. Tutti. In un tratto, il solito, sento di avere qualcuno alle spalle. Allungo il passo e sento distintamente dietro di me che si sta avvicinando. Sensazione strana, di non esser sola. Sensazione che non scompare. Mi volto correndo, vincendo quella paura infantile di guardare sotto il letto quando il buio è intorno. Il tratto di sentiero è deserto. Rido. Inseguita da me stessa mi saluto e me ne vo’.
postato da sisternet | categoRia ai ran iu ran | 11:26 | commenti (1)


martedì, luglio 26, 2005
 

image4

E la domenica si riposa!
Cinquanta puntini bianchi su per la montagna in fila indiana o quasi. Sette chilometri per un dislivello di mille metri. Il primo ha tagliato il traguardo dopo un’ora e quattro minuti (un percorso CAI dato per quattro ore). Poi è ritornato indietro di un chilometro a dare il saluto a quelli che arrivavano dietro.
Stare al bar, tifare, spiegare ai nipoti che i puntini bianchi che si vedevano sulla montagna erano uomini e donne (solo tre) in carne e ossa, e vedere i loro occhi meravigliati quando sono arrivati i primi è stata pura esaltazione. Ora vado a correre nell’afa padana.  Magari mi cerco una montagnetta.
postato da sisternet | categoRia tempi liberati, ai ran iu ran | 18:43 | commenti (6)


venerdì, luglio 22, 2005
 
Il tramonto
Distesa sul futon sento che sta imbrunendo. Faccio scorrere qualche minuto. Mi avvicino alla borsa ed estraggo i pezzi da killer. Oggi ho anche il chrono nuovo da sperimentare. Mi ritrovo sul limitare del bosco, la luce del sole passa attraverso le foglie. Vado. Un cane bassotto mi insegue con il padrone estasiato da quanto sia felice di correre. Vado. Il sentiero è deserto, la luce taglia di sbieco i sassi e le radici sporgenti. Sto godendo. Spingo il passo. Allungo e aumento la cadenza. Arrivo alla casetta diroccata. Il sole è sceso dietro il monte. Riprendo la via del ritorno. Sono concentrata, ma dove sento l’eco dei miei passi mi volto per capire se sono sola. Urlo dalla gioia. Butto fuori il respiro con le fatiche. Saltello. In discesa mi lascio andare completamente al movimento. Il manto di aghi di pino ammortizzano il mio andare. Sono goduriosamente felice. Chiudo 10 kmi in 52min e 03 sec.
postato da sisternet | categoRia tempi liberati, ai ran iu ran | 21:56 | commenti (2)


lunedì, giugno 13, 2005
 

Cordoni ombelicali

Finisce di correre. Si ferma e inizia a fare timidamente qualche esercizio di stretching. Si chiacchiera. Quando vede che mi sto cambiando finalmente si decide a togliersi la maglietta.
-         Ma quanti tatuaggi hai?
Ride. Spuntano soli, alberi, segni tribali. Poi vedo una cicatrice che gli attraversa il torace.
-         e questa?
-         Quale?
-         Questa cicatrice…non mi sembra un’apendicectomia…
-         Eh no…
-         Vabbè se non ne vuoi parlare. Tranquillo.
-         No no. E’ che non so bene…
Lo guardo interrogativa.
-         Non ti ho mai detto che sono stato investito da piccolo
-         No
-         Ero proprio piccolo. Non mi ricordo
-         E quella?
-         Eh… mi hanno tolto dei pezzetti
-         Scusa?
-         Sì un pezzo di pancreas, forse anche un pezzetto di intestino.
-         Pancreas? Ma un pezzo quanto grosso?
-         Non so… forse tutto.
-         Scusa, ma come fai a non sapere se hai o no il pancreas… mica è uno smalto per unghie.
-         Ehh, mm devo chiedere a mia madre.

Ecco. Magari prima della maratona…

postato da sisternet | categoRia ai ran iu ran, mavalàvalà | 13:26 | commenti (2)


lunedì, giugno 06, 2005
 

Che lo Sforza sia con te #2

- Senti odore di… di… camomilla?

- Sì, ma dove cazzo è il ristoro?

In sintesi, sintesi, sintesi. E' stata una goduria. Totale. 
 
Per i dettagli, che io sto ne a'monnezza, Doug e Sector.
Per le cronache sisteriane, fatemi sbloccare lo scivolo dei rifiuti del condominio e torno.
postato da sisternet | categoRia ai ran iu ran | 06:19 | commenti (1)


martedì, maggio 31, 2005
 

Dell'umore...

Non so lì, ma qui sta per piovere. Vado, mi metto le scarpette e vado! Ieri sera a 31 gradi in mezzo allo smog, su un rettilineo degno di una finale delle mille miglia, una delle vocine bastarde è riuscita anche a tirar fuori il seguente pensiero verso il 4° kmo "non ti conviene tornare a casa? pensa a quanti metalli pesanti stai respirando...!" Ora che le vocine fossero bastarde lo si sapeva, ma che anche fossero diventate ambientaliste e leggermente ipocondriache. Ecco questo mi mancava. Sento le prime gocce. Esco.

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lunedì, maggio 16, 2005
 
Avon Running 2005!
La sveglia l’ho sentita. L’ho spenta. Ecco è stato lì l’errore. Lo penso mentre sfreccio ad una velocità,  che è meglio pregare il santo patrono della polstrada che siano lì, alla sua festa, tutti quanti a mangiare bomboloni invece che fissare le auto che sfrecciano.
Entro all’arena di corsa e mi metto nella griglia dei 10kmi. Due esercizi di stretching. Mi guardo intorno. I fotografi si ostinano a prendere di mira la donna dietro di me, contornata da un uomo vestito da donna e da altro essere femminile privo di espressività. Lei mi sorride. Le guardo la maglietta: 100kmi sahara. Sorrido. Mi dice che non sa se ce la farà. Sarò ancora addormentata? Poi vedo i suoi polsi. Porta dei cordini che la legano ai due personaggi. Sono non vedenti. Sorrido e mi do della cieca. Le prometto aiuto nel caso la partenza sia faticosa. Teme l’arrivo delle migliaia dietro di noi. Sento il colpo di pistola. Mi giro. Intorno a me migliaia di donne, ragazze. Si corre.
 
Lei se la cava benissimo. Vado. Riprendo a correre veramente dopo settimane, in cui non volevo sentirmi molto. E’ l’altra faccia della corsa. Si corre per rilassarsi, si corre per sentirsi. Quando si sente a freddo che c’è un eccesso di emozioni, un eccesso di lavoro, di consegne, le strade sono due. O si fa spazio anche a questo o ci si corre su. Questa volta ho scelto di far andare avanti il resto. E’ stato faticoso. Ci penso mentre imbocco via Montenapoleone. Chissà perché quando arrivo qui lo stimolo a far pipì è altissimo. Vado vado. Le gambe e il fiato girano bene. Nonostante il caldo, nonostante lo smog che mi entra nei bronchi e mi secca completamente le labbra, la gola. La gente è intorno curiosa o indispettita a trovarsi gli spostamenti bloccati. Il barista che l'anno scorso ridacchiava prendendoci in giro, quest'anno sorseggia un vino rosso e parla con un altro di qualcuna che ha salutato e che conosce. Chissà, magari in quest'anno si è innamorato.
Al ristoro berrò. Mi spugnerò. Corso Sempione brucia. Il sole picchia. Le labbra sono ormai arse. La mia velocità si è abbassata. I Ghisa sono insofferenti. Io peggio. Arrivo all’arena. Entro. Ho corso a sensazione. Giro della pista e passo il traguardo.
Vado in cerca dell’acqua. Le donne arrivano a fiotti. Il campo è pieno. Riparte la musica. Ovunque ci si accampa. Ovunque si maledice questo correre a mattina tardi. Anche la stramilano è così. Sarà. Mi fa male un polpaccio. Bevo.

Faccio stretching. Controllo le labbra. Definitivamente screpolate. Ma mi sono risentita. Ci sono tutta e tutta cambiata. Mi piace. Ci vorrà un po’ di tempo per prender atto del nuovo assetto dentro e fuori. Il polpaccio fa male. Vado verso i massaggi. Siamo in un gruppetto ad aspettare. Parliamo. La ragazza con il completino rosso lavora dodici ore al giorno, poi si butta fuori a correre, torna prepara cena, cura i bimbi, il marito e poi crolla. Ride. E’ una cura contro l’insonnia. Un’altra beve dalla bottiglietta e racconta che lei esce alle sei di mattina. Tutti i giorni. Ride anche lei. E’ una cura contro l’ansia. La signora che ha appena finito il massaggio dice che si sente rinata da quando ha abbandonato la palestra per l’asfalto.

Tocca a me. Mi stendo. Assaporo il rilassamento che verrà. La maga accarezza i piedi. Chiede se corro da molto. Si vede dai muscoli dice. Mi lascio andare. Sento che passa le dita sui piedi. Li osserva. Zac. Un dolore lancinante arriva fino alle orecchie. Lancio un urlo. Si avvicina ridacchiante al mio viso: “ Pensavi di rilassarti eh? Pensi troppo ragazza mia e il tuo fegato sta macinando un sacco di emozioni. Periodo di primavera, ma tempo forte per una montagna di altre cose…” Mi frantuma ancora un po’ mostrando al pubblico non pagante un trattamento di riflessologia plantare. Mi rialzo. Sgamata in un’alluce, non mi era mai accaduto. Sorrido. Qualche consiglio sulla respirazione e la ringrazio. Il male al polpaccio c’è ancora. In compenso ho il fegato che pulsa. Primaverile e femminile come i miei pensieri.

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sabato, maggio 14, 2005
 

Bum Bum il cuore batte, fa Bum Bum (corsa-backstage)

 

Stamani il meccanico del mio telaino da corsa ha detto compiaciuto che il mio cuore batte 45 volte a riposo e 70 volte sotto sforzo. Soffio anche come un mantice e ho una massa corporea invidiabile.

E io che sono entrata nello studio, sentendomi sotto il tappetino, incapace di compiere gesti con una minima sincronia, ora mi sento atletica, scattante… pronta a stemperare questo bendidio di fisico in un sonnellino gratificante sul divano.

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lunedì, aprile 18, 2005
 

Divertimento in Progressione

Corso al freddo. Corso sotto la pioggia battente. Felice. Senza accorgermi dei chilometri percorsi, con la mente che si coccolava nei passi continui e veloci. Il fango arrivava fino al ginocchio. Ho guardato il cronometro bagnato allibita. Ho rifatto i calcoli più volte. Se fossero reali sto volando. Ed è passione lieve.

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martedì, aprile 12, 2005
 

Scusi, quando è il prossimo ristoro?

 

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