Alice nella città


CIAO CIAO
Sono curiosa. Terribilmente. Della vita. Degli esseri umani. Degli spazi che abito e che visito con passo saltellante e silenzioso. Mi rivelo solo per lo sguardo divertito.

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lunedì, febbraio 26, 2007
 

IO

 Da oggi per qualche giorno ancora sono così. 

(sisterjenata: visto che lunedì con che arietta salubre? anche formigoni si gode il panorama del pirellone dalla sua superjet suv mutliaccessoriata con l'aria condizionata di serie e l'aromaterapia incorporata)

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domenica, gennaio 14, 2007
 
Una scoperta nordica
Copenaghen mi piace. Anni fa avevo pensato che fosse un posto nel Nord Europa dove mi sarebbe piaciuto abitare. Forse il punto più a Nord dove avrei vissuto a mio agio. Poi ho scoperto Stoccolma, leggermente più a Nord. A Copenaghen sono transitata diverse volte. Spesso le città e il mood del Paese si vedono dall’aeroporto. A Copenaghen in aeroporto non ci sono annunci da altoparlante, se non per i richiami dei passeggeri persi tra check-in e gate. E’ vietato. Silenzio e atmosfere da sale d’aspetto di un centro medico, di una fermata di autobus. La prima volta mi ha sbilanciato le percezioni di sicurezza: ho cercato i video per orientarmi. Poi mi ci sono abituata. Ad Aarhus che è ancora più a Nord le piste d’atterraggio sono attraversati da personale d’aeroporto che circola in bicicletta, mica sulle classiche macchinine di servizio. Copenaghen l’ho visitata velocemente in una giornata: i canali, le ampie strade, le piste ciclabili e i tram, le gallerie d’arte, le chiese e i palazzi bianchi e imponenti. Questa è per me la Danimarca, la sua parte cittadina.
 
Ho visto due film danesi, ultimamente, con un attore che rappresenta bene il senso della gente di Danimarca, Mads Mikkelsen. Cambia volto, gestualità con la sobrietà, la naturalezza e il silenzio di questa terra.
Ne Le mele d’Adamo (2006) era un pastore protestante pazzo, talmente illogico da rendere inoffensivo le rabbie di un neofascista in modalità talmente surreali da portare il film noir ad essere comico e nello stesso tempo intenso. In Dopo il matrimonio (2006) di Susanne Bier i primissimi piani degli sguardi, della sua sigaretta perennemente accesa, la laconicità, il lento sgretolarsi della rigidità del volto insieme alle sue certezze, e allo spostarsi dei suoi desideri lo hanno portato in vetta alla mia personalissima classifica dei migliori attori di quest’ultimo anno. Dalla stanza di albergo di Jacob, interpretato da Mikkelsen, si vede dall’alto Copenaghen e la sua linearità nordica, quell’esserci senza apparire, che mi fa impazzire. “Dopo il matrimonio” è un film sull’essere qui, sul cambiamento degli orizzonti vitali e l’accettazione del limite, ma trattato sempre con lievità e distacco. I piani sequenza diventano improvvisamente primissimi piani su particolari di sguardi, pelle, che mi hanno fatto di colpo saltare nei ricordi "Garage Demy" di Agnès Varda. Qui e lì la videocamera raccoglie improvvisamente i particolari fisici come in fotogrammi emozionali, che interrompono lo scorrere della narrazione e oltrepassano il senso di distacco e la morte. Insomma un altro pezzo di Danimarca, ma anche un piccolissimo pezzo di mondo. Il mio.
P.s. Mads Mikkersen ha una parte anche in Casino Royale, a questo punto vederlo ne vale la pena, malgrado Craig.
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sabato, gennaio 06, 2007
 
Flash
Quando sono in strada guardo sempre le vetrine. Posso essere con la fretta e la paura di perdere il treno come oggi pomeriggio, posso essere in allenamento all’alba, ma appena passo un negozio mi rendo conto che lo sguardo vola velocemente a indagare. A parte quelli classici del centro i miei preferiti sono quelli vecchi con i mobili anni 50 e polverosissimi. Nella via d’entrata alla città c’è una ferramenta splendida. Migliaia di scatoline impolverate sugli scaffali altissimi e i banconi larghi che ci potrebbe stare appoggiata una chiave del 50 e i commessi hanno i grembiuli blu e la pazienza infinita di chi lavora da una vita con un calibro in mano. Ma lì ci vado quando ho una domanda precisa e soprattutto una vite da cercare, un bullone, una rondella, che altrimenti ho sempre timore che mi dicano che ho sbagliato porta e che il parrucchiere è poco più in là.
Insomma, dicevo, che oggi pomeriggio andavo di fretta verso la stazione quando passo davanti ad un negozio spoglio completamente. Nulla appeso alle pareti gialline. Solo due scrivanie vecchie una di fronte all’altra e due signori di mezza età e occhialuti seduti dietro. Ne vedo ancora il profilo: mezzemaniche nere sulle camicie e tra le mani enormi aghi che entravano e uscivano dalla trama di tappeti appoggiati sui tavoli. Come fossero lì da sempre. Li ho immaginati rammendare muti da anni. Senza musiche di sottofondo, senza telefoni e telefonini. Appoggiati lì dentro con una sirena che li avverte quando è il momento di tirare fuori la schiscieta o quando hanno finito la giornata. Ma soprattutto esistono ancora due rammendatori di tappeti! Quasi da mettere direttamente nel museo della scienza e della tecnica. Tanto andrebbero avanti a lavorare istess…
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sabato, dicembre 09, 2006
 

Non entravo in un supermercato da mesi e ne sono fiera. Mercato rionale, negozi sotto casa e l’acquisto del detersivo al negozio delle Bolle di sapone. Ieri ho rotto l’incantesimo.  Mi sono aggirata per gli scaffali nel supermercato preferito. Niente da fare, certe sicurezze non passano mai. La mano si allunga verso gli scaffali sapendo dove cogliere. Era da tempo però che non incontravo il popolo del supermercato dei giorni di festa. Chi prende solo qualcosa dimenticato nella spesa precedente, chi fa la scorte per la guerra mondiale. Ma quelli che mi attirano di più sono le coppie di vecchietti. Sono quelli che per l’artrite non riescono a prendere il pacchetto del riso in alto sullo scaffale. Quello che costa meno, ovvio. Ieri ho avvistato una coppia così. Di un grigio non curato, di un pallore ottuagenario, di capelli sistemati, ma lontani da un appuntamento con il parrucchiere. Erano lì a trascinarsi sistematicamente per le corsie, con la mia stessa sicurezza. Quella che l’arteriosclerosi qui non possa giocare brutti scherzi: i prodotti sono nello stesso identico posto anche dopo secoli.
Li ho incrociati alle paste. Silenziosi e piegati alla rassegnazione. Con delle borse che riempivano via via, al posto dei carrelli e delle borsine di plastica. Li ho ripresi, io con più arterioscelerosi di loro, mentre invece di incrociare i doccia schiuma, sono passata per i congelati, che non compro mai.
Lui diceva qualcosa sommessamente e lei rispondeva senza spostare la piega amara della bocca: “ Sì. Sì. I quattro salti… in padella”
Ci siamo infine quasi scontrati alle casse. Lui la convinceva a prendere dei crodini, sommessamente ha detto una battuta sulla pubblicità. E lei rideva buttando indietro la testa. Come probabilmente avrà fatto anche a vent’anni, quando lui le proponeva di uscire. Finalmente quella piega amara della  bocca si è persa. E la rassegnazione è diventata complicità.
Ecco io starei al supermercato ore ad osservare. I vecchietti.
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venerdì, dicembre 08, 2006
 

Nocturnes

E mentre, sulla porta del  Circolo, decido di tornare a casa nella notte sotto la pioggia, penso che sia una sensazione strana quella che mi sento addosso. Nostalgia e malinconia e il caldo tepore delle conversazioni e di progetti a scadenza di giornata, condivisi tra tisane, risate, cani e curiose domande. Passo, passo, le gocce sono sottili e non le avverto. Giro nel caldo notturno pensando ad un pezzo scritto tempo fa. Domani forse lo posto. Arrivo alla fine della via che da il nome all’intero quartiere. Cammino ridosso il muro con il cappottino aperto, la sciarpa al collo, le mani cacciate nelle tasche dei pantaloni e il fare da bulla pensierosa.
Suoni azzerati. Altre presenze inesistenti. Ma improvviso il gruppo si staglia da dietro i cassettoni dei rifiuti. Sono in quattro, mi sembra. Le voci sono alte. Camminano in mezzo alla strada. In fondo la città ci appartiene a quest’ora, totalmente. Allaccio i bottoni, alzo il bavero per darmi un tono, ma i pensieri continuano tumultuosi e per la loro densità  la testa scivola  a guardare il lastricato.
Li supero. Sento il mio nome gridato nella via. Mi giro. Lei  corre verso di me, mi bacia, mi abbraccia a lungo, chiedendomi dove vado così rimuginante e aggrovigliata. Le sorrido, le do due baci e glielo confido. Non lo so, mi commuove questo calore totalmente gratuito. Ha lo sguardo investigatore di una madre preoccupata, questa sera. E’ ruvida, spigolosa, ma è lei che chiamo tra me e me "l’amica dell’attimo".  Quella che dopo un secondo non c’è più, scomparsa tra lavori precari, inseguimenti amorosi e chissà quali altri impegni. Non abbiamo quasi mai parlato. Mi capita di incontrarla solo di notte e a volte mi chiedo se esista veramente. Magari no. Ed ora sono qui che ne sorrido.
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venerdì, ottobre 06, 2006
 

Nuova categoria

Bruno_Bruno dixit merita una categoria propria. E’ un uomo-megafono. Sai che è in un locale, perché senti la sua voce in stereo che si spande per le strade del quartiere. Baritonale e profonda, graffiata, una voce che è una firma. Non potrebbe mai fare un reato e rimanere in incognita. Lo gabbiano immediatamente: prova inconfutabile il timbro della voce con la quale ripete sempre le frasi almeno due volte e il suo ondeggiare sulle punte dei piedi. Bruno ha le scarpe che hanno la punta all’insù. Sono piegate quasi dal suo rollare i piedi. Riesce a piegarle tutte, che sembra alì babà.

Si dice che sia innamorato perso di me, ma non mi preoccupa, Bruno si innamora di tutte. Bruno va a Misti misti (vino rosso e acqua gasata). Una roba che gli permette di avere meno sensi di colpa quando i bicchieri bevuti non si contano sulle dita di una mano e anche dell’altra.

Visto che a fine mese la rendita vitalizia offerta dal comune si estingue, Bruno va a finire sul conto degli altri.

Ai primi del mese successivo Bruno dovrebbe restituire un po’. L’altra sera al Visio…

-          Bruno, casso, questo non dovresti offrirlo tu?

-          Perché? Perché?

-          Siamo ai primi di ottobre, non ti hanno pagato?

-          Certo, ma ho speso tutto in spese superflue… tutto, tutto

-          Sì…ciao. e quali sono ste’ spese superflue?

-          Casso ho speso tutto tutto per l’acqua, la luce, il gas… il gas

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venerdì, aprile 07, 2006
 

Caro Diario…

 

 

… è stata una settimana di grandi altalene. Su è giù come uno yo-yo, ma il bilancio è positivo. Molto. Ieri mi guardavo nella vetrina di un negozio di Torino. Amo Torino, mi ci sento a casa ovunque. Già da Settimo Torinese, già dalle fabbriche lungo l’entrata in città. E in centro mi piacciono le botteghe ancora di quelle vecchie con il salumaio, il fiorista, gli artigiani, i biciclettai. Il venditore di formaggi di via Lagrange è un monumento ai latticini, ci passo sempre e soprattutto lo ritrovo sempre: basta seguire il profumo che si espande per strada. E poi gallerie d’arte e poi musica e poi i monumenti. E poi i caffè e la gente che ha un’arietta aristocratica. E poi i giardini monumentali dentro i palazzi. Ad un certo ho pensato che sono donna da città capitali. Non ce ne è una in Europa e anche fuori in cui non abbia pensato “che bello sarebbe venirci ad abitare”.

 

Ecco ritorno alla mia immagine nella vetrina. Mi sono guardata. Alle spalle solo quattro ore di sonno per alcuni scritti che parlano di ambiente, energie pulite (secondo me meno di quanto si speri). Magari sembrano argomenti tecnici, che interessano pochi, ma sono miei. Talmente miei, che mi ci diverto anche a notte fonda, anche quando scopro quanto siano sottopagati, anche quando devo fare altri lavori per permettermi di avere la passione della ricerca. Dello stare lì a fare calcoli per dimostrare quanto investire nell’idrogeno sia una bolla vuota, per dire che è bello un impianto che produce energia da biomassa, ma che la gente se non l’informi si incazza lo stesso. Che dire? Sono curiosa. Fare ricerca è solo un modo per dare espressione a tutto questo. Farei la barista, anzi l’ho fatto, farei la consulente aziendale, anzi lo sto facendo ogni tanto, per poterlo fare.

 

Ecco, dicevo. Mi guardavo lì. Nella vetrina, intendo. E vedo che ho il viso rilassato, gli occhi verdi che ridono. E penso che sono un talento. Niente da dire. Un vero talento.

 

Salgo sulla Geniale e sento alla radio, radio3rai, un’intervista ad una scrittrice che parla dell’ultimo romanzo che ha scritto e in cui parla di suo padre. Un padre muratore, che aveva un orecchio assoluto e che suonava la fisarmonica. Ad un certo punto dice: “La musica era la sua salvezza. La sua espressione più profonda di un talento innato. Purtroppo la povertà era tale, che non ha potuto viverci di questo talento. Ecco io penso a lui quando penso ai “talenti sprecati” in quei tempi. Fortunatamente oggi è diverso.”

 

Ecco, con la mia immagine nella vetrina ancora stampata sulla mia faccia, ho pensato ai “talenti stritolati” di oggi.

 

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venerdì, febbraio 24, 2006
 

Grandi balzi in avanti o piccoli saltelli sul posto?

 

Non mi lagno più. Tanto essere nella catena di montaggio cerebrale è ormai un dato di fatto, la massima aspirazione è diventare Capo Produzione. Il prendere decisioni in periodi di massimo pieno mentale pure: ormai non ci faccio neanche più caso. Solo quando parlo con amici che hanno vite tranquille o semplicemente più ancorate colgo qualche preoccupazione negli sguardi. Mi rendo conto che ormai ho un cervello che opera in altra modalità. Il corpo segue a ruota. Forse è questione di sopravvivenza, forse è questione di selezione darwiniana. Il precariato ti porta ad evolvere velocemente e continuamente.  Ora faccio solo l’esercizio zen di vedere quello che di positivo c’e’ nella giornata e avere traguardi a breve, brevissimo termine: dai giorni passo a volte alle ore. Si sa che la catena di montaggio assorbe energie e da qualche parte bisogna pure riprenderle.

 

Amarcord
Ieri immersa in questi pensieri torno da un appuntamento di lavoro e in mezzo al traffico la riconosco da come è vestita. Suono il clacson. Si gira. Una di quelle conoscenze-amicizie che non sono continue. Brevi momenti anche di profondo confronto intimo e poi via in vite parallele senza vedersi per mesi. Parliamo da finestrino a marciapiede e poi sale accanto a me. Ridiamo. Improvvisa mi fa una domanda:
- Sei innamorata?
La guardo interdetta. Forse troppo. Ridiamo.
- Siamo messe bene, eh?!
- Guarda – mi fa – hai presente Amarcord? Ecco, ancora un mese così e mi vedrai su un albero in pieno centro città a urlare “Vogliooo un uoomoooo!”
Oh, non ce ne sono in giro neanche a pagarli. E ci sono quelli in terapia e poi ci sono quelli che ne avrebbero bisogno, e non ci vanno, poi ci sono quelli sposatissimi, e poi ci sono quelli piccoli, troppo, oppure quelli grandi, troppissimo. Insomma nada de nada. Gli unici che mi interessano scopro che sono gay. Mannaggia. Che dici? cambio città?
- No. ma va là. E se ci imbarcassimo?

 

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giovedì, gennaio 26, 2006
 

NEVE!!! NEVICA!

  o o

(io felice in mezzo alla neve!)

libera elaborazione di Cappuccetto Bianco di Bruno Munari

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lunedì, dicembre 26, 2005
 
Babbo Natale in stereo
La barba è lunga e grigia. Il fisico corpulento. Il viso largo e aperto. Sembra nato per interpretare Karl marx per undici mesi all’anno e Babbo Natale per il resto. Chissà che cosa avrà fatto in una precedente vita. Ora è così. Finanziato dai servizi sociali e da piccoli lavori saltuari. Bruno si è conquistato amicizie accanto ai banconi del bar del centro: E’ un personaggio. Quando hanno cambiato gestione in quel localino in fondo alla scalinata ha proposto la sua idea. Così da dicembre gira vestito di rosso e bianco insieme ad un amico che suona la fisarmonica. Sono stati nelle case di riposo. Dice che si divertiti un mondo un mondo. Nel localino passano però ore tra il bancone e i tavoli, i tavoli. Già perché lui parla così, così. Poi dopo due bicchieri si dimentica che è vestito di rosso e attacca come sempre, con la voce roca e strascicata.
- Cazzo, ma quella lì l’hai vista, l’hai vista. E’ bella E’ bella.
E poi:
- Dai vieni a casa, a casa. Oppure andiamo a bere un bicchiere, un bicchiere. Che vita, che vita. Ciao bionda ciao bionda.
E se non ci stai attento, man mano che parli con Bruno-Babbo Natale te l’attacca il pensiero in stereo, in stereo. E parli anche tu in doppio in doppio. Auguri auguri.
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lunedì, luglio 18, 2005
 

Prenderla con filosofia

Non lo vedo da anni. Mi intercetta in libreria a dieci minuti dalla chiusura. Non è più affascinante come al liceo, quando mi ero presa una cotta per il suo cervello e quel suo vivere dissacrante. Ora è solo il mio prof di filosofia, di cui ho conosciuto l’arroganza, la strana tendenza a schiavizzare chi ha intorno, l’intolleranza e la stupidità in terre africane durante viaggi che avevano l’idea della colonizzazione più che della scoperta.
-         ciao perché hai comprato quel testo? non va bene per capire le utopie
[iniziamo bene]
-         ciao tutto bene? Il testo mi serve per un esame, nulla di più, ma se hai altri stimoli ben accetti [sorrido sperando che le sue paranoie si smontino] che fai?
-         Certo tutto bene! Ora mi occupo di consulenze filosofiche
-         ?
-         Faccio consulenze filosofiche ad aziende, anche individuali, a reparti di oncologia negli ospedali…
-         Scusa e che cosa fai di preciso?
-         Insegno a pensare, a porre bene le domande prima che le risposte
-         Aaaah. E hai mercato? [capirà che gli sto dando del mercante?]
-         Per ora insegno a laureati in filosofia a porsi in atteggiamento socratico [non ha colto]
-         Cioè a cercare i clienti? [ridacchio. Quest’uomo è un genio della finanza] Allora in bocca al lupo
-         Perché non ti associ anche tu?
-         Sono oc-cu-pa-tis-si-ma. Davvero… sarà in una prossima vita
[non capisce e mi guarda stralunato]
-         Ciao. Ti invio una mail.
Ecco, magari con una domanda stile ching.
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mercoledì, aprile 13, 2005
 

E' semplice semplice...

...talmente semplice che non ci si crede. e oggi mentre ascoltavo il CD che ogni anno il collega universitario mi regala per l'8 marzo (quest' anno con un mese di ritardo) con una compilation di pezzi a tema femminile. Ho scoperto questo testo di Max Gazzè, che è semplice semplice, e mi è venuto da ridere. Metterlo in un cd per la festa delle donne è stato semplicemente geniale. Mi sa che il collega è gay. e rido "ad libitum"

Cara Valentina il tempo non fa il suo dovere
E a volte peggiora le cose
Credimi pensavo davvero di avere superato il momento difficile
Ed ancora adesso non mi è chiaro lo sbaglio che ho fatto
Se il vero sbaglio è stato il mio
Perché dai miei trent'anni ti aspettavi un uomo col senso del dovere
Perché chi s'innamora non deve dirlo a nessuno nessuno
Oppure è un impudente enfatica demenza
Nel farti le carezze girata dall'altra parte
Ho la strana sensazione di un amore acceso
Esploso troppo presto fra le mani
E cara Valentina che fatica innaturale perdonare a me stesso
Di essere io di essere fatto così male
Cara Valentina il tempo non fa il suo dovere
E a volte peggiora le cose...

E tu sarai il pretesto per approfondire
Un piccolo problema personale di filosofia
Su come trarre giovamento dal non piacere agli altri
Come in fondo ci si aspetta che sia
Per esempio non è vero
che poi mi dilungo spesso su un solo argomento... (ad libitum)

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lunedì, febbraio 21, 2005
 

Pericoli in corso

La colleghina-Bonazza innamorata è un vero pericolo. Un danno. Ride. Sempre. Se non ride racconta. Se non racconta è al telefono. Se non parla è perchè sta messaggiando. Nel frattempo, non ascolta. E poi... soprattutto, mi ha fatto una sorpresona! me lo ha messaggiato. Contenta. Ha appeso nella nuova casina in comune un arazzo con un enorme scimpanzé, sdraiato che ride ironico guardando l'obiettivo come se fosse Tom Cruise.  Il tutto per un metro e mezzo per un metro e mezzo su sfondo azzurro hollywoodiano.

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venerdì, febbraio 18, 2005
 

Identità

chi io sia non so. Tu sai? 

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martedì, febbraio 01, 2005
 
 
Racconti di frontiera
Il treno rallenta, poi riprende velocità. Fuori sfreccia il paesaggio innevato della campagna franco-svizzera. I pensieri si accavallano. Sarebbe bello correre fuori, in mezzo ai campi, al freddo, mentre nevica e sfreccia il treno.
L’uomo che siede di fronte non stacca gli occhi dal finestrino. Gli occhi sono neri, il viso squadrato e un sorriso bellissimo e raro. Si è intravvisto solo quando ha giocato con la pestifera bimba confetto che è scesa una mezz’ora fa. Lo sguardo si è addolcito, non ha detto una parola e ha fatto il gioco dello specchio. Lei faceva un gesto, lui lo replicava. La bimba non ha urlettato per qualche minuto, rapita. Poi ha ricominciato e lui non ha insistito. Ha ripreso a guardare fuori. Sul tavolino una busta bianca, grande. L’intestazione dice qualcosa tipo Centro Medico Radiografico. Lo leggo al rovescio.
Lo guardo mentre ad intervalli regolari va verso l’altra carrozza. Si ferma ai bagni e poi si risiede nella stessa posizione. Ha preso il mio posto. Gliene sono grata. Non assecondare il movimento del treno mi fa venire le vertigini. Si alza ancora. La giacca scura dimessa. Un paio di jeans usatissimi. Le scarpe con i lacci. Più il viaggio procede, più si rilassa e il viso diventa stanco. La barba sembra che gli cresca a vista d’occhio. Nera come i capelli, come gli occhi. Chissà da dove arriva. Potrebbe essere un curdo, un turco, un iraniano dal taglio degli occhi. Alzo lo sguardo dal libro, che ho appena finito, perché ho sentito un ordine secco. Il Lucarelli dell’Isola dell’angelo caduto eccheggia ancora nella mente e in fondo alla carrozza una coppia di poliziotti francesi passano e chiedono documenti e proprietà dei bagagli. A qualcuno stanno rovistando nel bagaglio, senza alcun problema. Guardo davanti a me e sussurro “passport”. L’uomo mi guarda. Lo guardo fissa e glielo ripeto indifferente. I poliziotti sono quasi alla nostra altezza. Gli occhi dell’uomo si sono irrigiditi, allungati, quasi liquefatti dall’emozione. Mi sembra di sentire il battito accelerato del suo cuore. Una mano trema leggermente, ma è solo un’impressione. Prende la busta. La riappoggia sul tavolo.
 
Eccoli. Mostro il documento. Il poliziotto è più interessato ai bagagli. Chiede anche all’uomo, che non risponde. Mostra la busta. Mostra una sacca azzurra appoggiata sopra le nostre teste. Passano oltre. Il suo sguardo rimane fermo. Bloccato. Poi si alza, va in bagno. Torna. Prima della frontiera entrano quattro poliziotti italiani. Vanno sicuri. Prima un ragazzo sulla sinistra. I poliziotti parlano solo italiano. Il ragazzo mostra i documenti, mostra il permesso di soggiorno. Il poliziotto ringhia. Chiede ostinatamente qualcosa che l’altro non capisce.  Gli dice nervosamente di seguirlo. Tiene i documenti del passeggero in mano. Dietro un altro.
Si fermano vicino a noi. Si sono accorti dell’uomo. “documenti” Mostra la busta. Stanno per frugare dentro. Li guardo incuriosita. Mi chiedono i documenti. Glieli mostro. Sorrido allo straniero, che ricambia. Vedo il polpastrello del poliziotto che scorre sulla filigrana della mia carta d’identità appena rinnovata. L’appoggia. Appoggia anche la busta. Qualcosa lo ha distratto. Va via. Ripassano altre uniformi. Avanti. Indietro. Fanno uscire tutti dai bagni. L’uomo si alza. Si siede nel posto dietro di me con la busta in mano. Guarda verso l’altra carrozza. Alla frontiera ci fermiamo per cinque minuti. Si risiede al suo posto. Arriviamo alla prima stazione italiana. I poliziotti ripassano con il ragazzo del permesso di soggiorno. Ne passano altri due trionfanti con un ragazzino che indossa la maglia di Vieri. Nessuna espressione, nessuno sguardo. Scendono. Il treno riprende.
 
L’uomo non resiste più. Scatta. Va all’altra carrozza. Torna trionfante. Il sorriso gli riempe il viso. Con lui un uomo sottile con i baffi folti. Si stringe addosso una giaccavento marrone, non indossa calze. Ha uno sguardo sfinito. Si siede e iniziano una fitta conversazione in una lingua sconosciuta. Capisco solo passport e luck luck. Mi indicano con lo sguardo. “She… passport…”  Sorride e l’uomo mi dice “he’s my friend!”. Sorrido e comincio a mettere insieme i pezzi del puzzle. Rido. Cominciano i messaggini con il cellulare. Le risposte alle telefonate. “Siamo in Italia!” immagino “Siamo qui!” Appena entriamo in stazione, li guardo. Sorrido. Li guardo prima che spariscano chissà dove. “Good luck! Take care!” e sento in un buon inglese “Thank you. Thank thank you”
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martedì, dicembre 28, 2004
 

Illuminati dalla luna piena...

Il cielo solido e il senso che si da alla vita. Lei lo ha descritto bene qui. Grazie!

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martedì, novembre 30, 2004
 

Ciao Luigi...

Non lo ricorderò per i libri di cucina, per le recensioni dei vini.

Lo ricorderò per la sua capacità di narrare sapori e sensazioni, per aver portato buoni vini nei centri sociali. Per aver inventato una formula per rompere le scatole ai grandi produttori e riportato l’attenzione al palato. Lo ricorderò perché parlava di cibo senza fronzoli. Perché ne parlava partendo da come si allevano e si ammazzano gli animali, con naturalezza, e ricordando a tutti che quell’arrosto si chiamava un giorno La Bianchina. Perché raccontava con commozione come si “alleva” l’uva. Perché amava la terra e chi la coltiva con passione senza velleità di mercati o di sbarcare in Ammerica. Lo ricorderò stappando un Chianti Brolio 1998.

 

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lunedì, novembre 22, 2004
 

 

Lo scivolo

La bambina bionda corre. Corre verso lo scivolo. E’ sera. Il mare si sente in lontananza. La piazzetta piena di pinoli caduti è semivuota. I bambini sono impegnati sulla giostra. Lo scivolo è tutto suo. Sale gradino dopo gradino. La terra si allontana. Lei guarda giù. Lo stomaco le si stringe un poco. Si siede. Attende che lo stomaco si sistemi. Intanto si accavallano pensieri e dubbi. Qualcuno sarà ai piedi dello scivolo a prenderla? Ha voglia di sentire il vento mentre scende giù senza mani. Ha voglia di cadere in un abbraccio. Intanto rimane ferma. Attende che tutto questo rimescolio si plachi, si faccia tranquillità dentro. Gli occhi sono spalancati sul giardinetto. Gli occhi sono puntati alla base di cemento in fondo allo scivolo. E’ vuoto. I grandi stanno chiacchierando seduti sulle panchine. Chiude gli occhi e si butta giù. Il respiro sparisce per un soffio. Appoggia una mano. Arriva in fondo. Non vale. Deve riprendere. Deve ricominciare. Vuole scendere senza mani…vuole che ci sia in fondo allo scivolo un abbraccio.

 

Trent’anni dopo

Una giovane donna si ferma sul marciapiede. I capelli biondi sono mossi dal vento. E’ un vento che sa di neve. Sorride. Il mare è lontano. Lontano da questa città. E’ notte. Lui la guarda e parla. Lei sente i gradini dello scivolo. Lui la guarda dentro. Lei sente la terra che si allontana. Guarda in alto. Sente parole che entrano, che la fanno sorridere. Forse. Sì. Sarà. Vero? Lo stomaco le si stringe. Si siede. E guarda in fondo allo scivolo. E’ un momento bellissimo. Tutte queste parole, queste sensazioni insieme. Lo stomaco si stringe. Ha voglia di sentire il vento mentre scende giù senza mani. Ha voglia di cadere in un abbraccio. Chiude gli occhi per prendere respiro. Invece si sente pronunciare parole che non sono altro che prendere tempo. Gli occhi sono spalancati sul giardinetto. Gli occhi sono puntati alla base di cemento in fondo allo scivolo. Lui la guarda perplesso. La sente lontana. Lei lo sa. Non può fare altro. Vuole esserci totalmente. Sta aspettando che si plachi il rimescolio. Vuole scendere senza mani… Chiude gli occhi e si butta giù. Il respiro sparisce per un soffio. Arriva in fondo. Sorride e gli risponde. Lo guarda dentro. Due piccole braccia la circondano. Apre gli occhi. La bambina si scosta da lei e si sistema la fascia sui capelli biondi. La guarda sorridente. Si riprova? Senza mani! Si. Dai.

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giovedì, ottobre 07, 2004
 

Gesti ripetitivi degli arti superiori

Sto uscendo. Prenderò la Piccola Flying Dutchgirl (la bici) e in due minuti sarò in ufficio. Il cielo fuori è da polenta con i bruscitt e da castagne da mettere nel camino. Mi guardo allo specchio dell'ascensore. Strano non si vede che mi sono truccata. Mi avvicino di più. Niente. Neanche il rimmel. Poi mi ricordo. Era il trucco di ieri che mi era rimasto in memoria. Ctrl+Alt+Canc. Occhei adesso ci siamo. Torno su. Trucco veloce. Esco.

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